Ben Barritt

Ben Barritt nasce a Londra nel 1984 e di mestiere fa il musicista.
Ha deciso di allontanarsi, nella sua espressione artistica, dalle mode del momento andando a riprendere e fare propri alcuni posti della musica.

Rimanendo coerente, magico e interessante.
Lavorando con Bobby McFerrin si imparano delle cose.
Mettendo base a Berlino (ormai sei anni fa) se ne vivono e imparano altre.
E Ben Barritt le ha imparate, tutte. Poi ha ascoltato, tanto. E scritto, altrettanto.
La sua estetica musicale prende come riferimento icone quali Nick Drake, Steely Dan e Joni Mitchell. Mira in alto, insomma.

Nel 1986 il suo debutto, ‘What Would You Like To Leave Behind’ mi aveva catturato, complice questa traccia che condivido ancora (e ascolto, ancora) con tantissima soddisfazione.

Poi il silenzio e i suoi impegni come musicista a Londra e il lavoro di nuovo meticoloso per un secondo album.
Composto e registrato senza fretta, si sente.
Everybody’s Welcome’ è ragionato, meditato, ponderato.
Ed è un gran disco, di nuovo.

I riferimenti musicali sono quelli di cui sopra, ai quali Ben Barritt aggiunge un quantitativo spropositato di talento come compositore ed esecutore.
I suoni della chitarra acustica sono la spina dorsale del lavoro, vestita a festa da tutti gli altri colori della musica di Banjamin Barritt.

Ascoltare ‘Everybody’s Welcome’ è fare di nuovo amicizia con il moog, con alcune linee funk che arrivano quasi improvvise e sorprendenti, con gli ottoni che discretamente supportano le linee melodiche che sono sì orecchiabili ma sono estremamente sofisticate.
Musicalmente c’è una dinamica magica nel disco. Uno di quei dischi che sono da ascoltare senza sbrindellarne le tracce, che sono concepiti e vanno fruiti come un corpo di lavoro unico nel suo sviluppo.

Vuoi provare la parte “cool” del disco? Allora accedi da ‘Lamplighter’ e ti sembrerà di entrare in un mondo nuovo ma confortevole, di quelli che per fortuna nostra è ancora possibile creare.

I sei minuti di ‘Dark Eye’ sono territorio fertile per il sax: padrone assoluto della traccia.
Ancora, la sosta che profuma di estate di ‘Giant Steps’ è fresca e ristora, nel caos di suoni chiassosi e compressi dei nostri tempi moderni.
La delicatezza acustica di ‘Sing To Me’ è pura espressione cantautorale. Delicata e intensa allo stesso momento rappresenta uno dei momenti più intimi di tutto il lavoro. E fa centro.
Il percorso dell’album accompagna l’ascolto fino all’essenza. Quella della canzone che intitola il secondo album di Ben Barritt, otto minuti di meraviglia che rappresentano la meta di questo breve percorso musicale così prezioso.
Secondo me questo è uno di quei dischi tangenti ai quattro punti cardinali fra i più belli dell’anno, anche se è soltanto quasi finito il mese di Aprile. Scritta così, diretta e fuori dai denti.

‘Everybody’s Welcome’ ha lo stesso effetto di un abbraccio. Di quelli analogici, veri, così umani da far tenerezza in questa nostra epoca digitale che cerca di scaldarsi con le emoticon. Ha la stessa eleganza di una serata in compagnia di un panorama mozzafiato e un ottimo vino, quelle serate fra persone che si intendono, che muovono scambi di emozioni e sensibilità stando bene insieme.

Bentornato, Ben Barritt, e grazie per farci sentire tutti benvenuti.
Anche con quei minuti finali deliziosamente rock che ti fanno venire la voglia di premere di nuovo il tasto PLAY dall’inizio e rifare il viaggio.