Jordan Rakei lo frequento artisticamente da un po’ di tempo. Quando ancora era agli esordi, scovato per caso girovagando per le immense praterie di Bandcamp.

A ventun anni pubblica ‘Franklin’s Room’, un ep di cui mi colpì ‘Selfish’, la traccia più tradizionale che innestava però quel che poi verrà sviluppato in percorso artistico che sei anni dopo arriva a ‘Origin’.

In mezzo ci sono un altro EP, ‘Groove Curse’, e due album.

Partendo da ‘Cloak’, il primo vero “disco a trentatre giri” di Jordan Rakei e segno importante della commistione con Londra del suono che fino ad allora arrivava dall’Australia (lui nasce in Nuova Zelanda ma all’età di tre anni la famiglia si trasferisce a Brisbane).

E ‘Cloak’ , quando lo ascolti tutto, dall’inizio alla fine, continua su ‘Wildflower’. Il secondo disco. Più bello, secondo me, del precedente anche se più scuro, più introspettivo nei testi che raccontano del viaggio di Jordan Rakei alla volta della grande battaglia contro l’ansia.

Insomma, per farla breve, c’è sempre la mente nelle parole e nei suoni di Jordan Rakei che si sono fatti sì più solari ma anche più ricercati e stratificati con il passare del tempo.
Sicuramente Londra c’entra, tanto, in questa trasformazione, insieme a tutte le collaborazioni sviluppate durante il percorso, che oggi ci porta verso qualcosa di nuovo, qualcos’altro, che è il terzo album.

E ci sono riferimenti agli ascolti di ‘Voodoo’ di D’Angelo, ‘Grace’ di Jeff Buckley e ‘To Pimp A Butterfly’ di Kendrick Lamar. Digeriti, conditi e personalizzati da un artista che sempre più spesso trova la chiave di svolta per non rendere la sua musica simile ad altro o, peggio ancora, noiosa.

Si intitola ‘Origin’, il terzo disco di Jordan Rakei, e uscirà alla metà del mese di Giugno, due anni dopo ‘Wallflower’.

Jordan Rakei Origin

E questa volta il tema è quello del futuro distopico. Un terreno bellissimo per quel che Rakei racconta in musica e ha già anticipato sia con ‘Mind’s Eye’ che con ‘Say Something’.

Ci sono le coordinate di Black Mirror e di Twin Peaks, qualcuno potrebbe riscontrare tracce di Philip Dick. Di certo ci sono alcune condanne.
Come quella all’intelligenza artificiale e ai binari imposti anche al pensiero e a come il pensiero si comunica.

‘Say Something’ arriva da qui, dall’urgenza di parlare per qualcosa in cui credi, suonata con un sentimento più solare rispetto ai precedenti lavori di Jordan Rakei ma ugualmente densa quando si tratta di comprenderne il messaggio.
Se una definizione è necessario trovarla, quella più adatta è “la musica intelligente”, ovvero la musica dotata di capacità intellettive.

Prima del 14 Giugno c’è anche ‘Mind’s Eye’, quella traccia che abbiamo ascoltato alla radio e che parla della tecnologia e di quando smette di funzionare. E se smette di funzionare quando è impiantata nei circuiti neurali del corpo umano può solo trasmettere proiezioni di caos nella mente.

Saranno undici le tracce che comporranno ‘Origin’ e tre le possiamo già ascoltare.

 

Ah ovviamente per ‘Origin’ le prenotazioni sono aperte.