Black Pumas

Black Pumas è il nome di una band, è il titolo di un disco, è quella cosa della quale nel 2019 non potrai fare a meno.

Eric Burton suonava come artista di strada ad Austin e un giorno alcuni amici fanno in modo che lui e Adrian Quesada si incontrino.

Quesada è una sorta di genio della musica, un tizio che ti fa sembrare suonare la chitarra naturale tanto quanto passeggiare.

Quesada conosceva già Burton, lo aveva sentito cantare in un messaggio vocale al telefono, probabilmente inviatogli da un amico che passava dalle strade di Austin.

Da quel giorno i due iniziarono a lavorare al loro suono, quello che li rappresentava meglio, quello che li avrebbe portati come mezzo di distrazione in ciò che qualcuno ancora chiama “retro soul”.
Il contesto musicale che li accomuna maggiormente, nelle loro ispirazioni, è l’ hiphop della East Coast, quello degli anni 90.

E a quel punto, Houston, abbiamo un problema. Serissimo.

Nascono così Black Pumas, ci piace anche pensare che al di là dall’aver consumato i dischi del Wu Tang Clan i due abbiano scelto un nome che potesse ricordare in qualche modo anche le Black Panther. Ma si sa, sono le voci della strada e gli interessati non hanno confermato.

Il loro nome inizia a girare, sulla rete e forse anche alla vecchia maniera fino a giungere a New York, sulle scrivanie della According To Our Records. La ATO, quell’etichetta lì.

Black Pumas e ATO records

Dave Matthews (il signor ATO Records, per intenderci) passa da quella scrivania, pesca la chiavetta USB, la porta in ufficio. In quello stesso ufficio dove negli anni sono passati a firmare contratti Alabama Shakes e Benjamin Booker e Allen Stone per intenderci. Quello stesso ufficio che di musica indipendente ne sa qualcosa.

Una seconda versione racconta che ad arrivare sulla scrivania di Dave Matthews fosse una copia del 7 pollici edito da Karma Chief Records. Scegli quella che ti piace di più.

D’altra parte Black Pumas avevano già avuto l’onore di firmare, per una sub etichetta chiamata Karma Chief Records, sotto l’egida di Colemine Records (oh, sì, ancora e sempre loro, quelli di Durand Jones, Ben Pirani e Kelly Finnigan e Dio sa ancora quanti altri ne arriveranno!).

‘Black Moon Rising’ uscì per l’etichetta dell’Ohio, su un 7 pollici, con dietro ‘Fire’. Entrambe tenute strette e incluse nell’album di debutto che è stato co editato da Colemine con ATO perché nella musica soul spesso succede che si condivida e questo è uno degli esempi più belli degli ultimi anni.

Black Pumas – l’album

Ah, già, ma stavo dimenticando che forse sei passato di qui per sapere cosa ne penso, di questo disco e magari per avere delle scorciatoie per ascoltarlo direttamente se sei così matto da fidarti di quel che metto su questo blog.

Io quando ho sentito il disco ho pensato che era giunto il momento in cui Steve Winwood avesse deciso di mettere in piedi una band di soul. Poi però forse ci sono dei colori che ha usato Ray Charles e allora si complica tutto.

Perché in questo disco i confini si strappano e diventa più interessante per me raccontare la storia che c’è dietro, la ragione per cui quei confini si strappano. La storia di cui il disco è perfetta colonna sonora. Senza riempitivi, senza l’arroganza di volerti tenere lì per 40 minuti dove solo una decina sono quelli buoni.

A dimostrazione del fatto che la musica buona non ha smesso di uscire nel 1985 o – ancora peggio – nel 1967, che non è tutto finito dopo Otis Redding, che c’è qualcosa di speciale che si muove tra i confini di soul, funk, RnB e hiphop e arriva da artisti giovani, le cui influenze arrivano da lontano come spazio e come tempo (lontane nel tempo anche da Otis, dalla Stax, da Curtis, da Aretha e dalla Motown), ma per fortuna oggi sono qui a raccontarcelo.

Black Pumas, facile da ricordare, impossibile da dimenticare.

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