Hitsville--the-making-of-Motown

Hitsville: the making of Motown è qualcosa che secondo me tutti dovrebbero vedere.
Magari con qualche suggerimento, qualche piccola accortezza, ma cercando quanto più possibile di godersi il viaggio.

I talenti in campo sono indiscutibili e nei primi tre minuti c’è una quantità indescrivibile di leggenda che sembra di essere alla festa degli Avengers. L’idea di Berry Gordy è incredibile, per quel tempo, e nel documentario che è stato lanciato da Showtime  la si capisce quasi in tutta la sua complessità.

Quel che affiora da Hitsville: the making of Motown è che probabilmente Motown stessa è una congiunzione di un sacco di cose che non si sarebbero potute coagulare se non in quel posto e in quel periodo storico così preciso.

Non poteva nascere se non a Detroit, non poteva nascere se non negli anni 50/60 e non sarebbe stata il mito che oggi si celebra. Per tutta una serie di questioni a capo delle quali troviamo sicuramente l’intuito di Gordy ma anche le dinamiche che hanno caratterizzato la grande migrazione dei neri dal sud degli Stati Uniti verso il nord.

Un’idea che ha le sue radici in un giovane operaio di una catena di montaggio dalla quale mutua l’idea per un ritmo, per un groove che diventerà Reet Petite (sì, l’ha scritta Gordy!), che farà partire il generatore di una bellissima favola.

E dalla fabbrica arrivano anche altre idee, come quella di avere una house band per Hitsville, un gruppo di musicisti che da una parte garantissero presenza e dall’altra un suono ben distinguibilie. Sempre dalla catena di montaggio arriva la severità nel condurre gli affari e la spregiudicatezza di chi non ha nulla da perdere ma sta inseguendo il proprio sogno americano (e un tot di incoscienza, sia ben chiaro).

Hitsville: the making of Motown racconta di un’alchimia che possiamo raccontare soltanto con il senno di poi: quando questi fatti succedono non è possibile nemmeno immaginare la portata devastante che avranno nel futuro. Ed è un’alchimia che non è replicabile. Un diagramma che oggi non è nemmeno possibile disegnare.

Hitsville: the making of Motown racconta le luci di questa storia, perché ci troviamo proprio nella proverbiale situazione in cui chiediamo all’oste se il suo vino sia buono. Tutte le miserie sono sapientemente nascoste sotto i tappeti del museo di Detroit, sotto i lustrini delle Supremes, sotto la celebrazione di Marvin Gaye e la scoperta di filmati inediti di un giovanissimo Stevie Wonder all’Apollo in un’infuocata Fingertips.

Momenti che hanno cambiato più di una vita, un otto volante sospeso fra quelle immagini dell’audizione dei Jackson Five e i ricordi di Jamie Foxx, gli interventi di John Legend e dello stesso Stevie che sono di contorno alla storia di una azienda che mette in rilievo alcuni temi oggi di normale discussione ma nel 1960 assolutamente rivoluzionari.

Come fu rivoluzionario il tour collettivo, il Motortown Revue del quale a un certo punto si dice che

Non si discuteva. Nella stessa stanza c’erano ragazzi bianchi e ragazzi neri, insieme, che ballavano la stessa musica.

Hitsville: the making of Motown racconta di come neri e bianchi potessero lavorare insieme a Detroit, di come le donne potessero ricoprire cariche esecutive dentro una delle aziende più floride d’America, di come un sapiente ecosistema che elaborava e sviluppava persone dal pentagramma alle buone maniere in pubblico potesse lasciare un’impronta indelebile nel mondo.
Compreso il fatto di essere accettati, da neri, anche dalla società bianca in un’unità di intenti e di scopo che sarà solo molti anni dopo la bandiera di un tale Afrika Bambaataa.

Il documentario è un bellissimo gioco, le cui regole sono scritte con il senno di poi, su una delle storie più interessanti della musica (non soltanto black) e della cultura americana. Di quella musica che, volente o nolente, accompagna ancora la storia degli uomini.

Da godere, per due ore, e sui titoli di coda chiedersi di nuovo “What’s Going On?”

Per le ombre, c’è un sacco di letteratura. Ma non rovinatemi la festa, adesso.