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Let Love Have The Last Word: intro

Let Love Have The Last Word è la seconda raccolta di memorie di Common e per dare a quelle pagine il giusto contesto devo partire dalla storia, dall’inizio.

Quello che abbiamo imparato in anni di ascolto del rap, dalla fine degli anni 70, è che i rapper spesso si vantano di cose che non hanno, di vite che non vivono, di carte di credito che non sono di certo nei loro portafogli.

“Ho una Lincoln Continental e una Cadillac con il tetto apribile, quindi dopo la scuola faccio un tuffo in piscina che è proprio sulla facciata”

È il secondo verso di “Rapper’s Delight”, è la spavalderia eccessiva che viene giustificata perché chi la ostenta è riconosciuto come povero e molto probabilmente lo incontravi a fare la coda per il welfare.

All’inzio il rap non era quello che voleva riflettere la realtà, non era a tutti i costi “keeping it real”, era piuttosto una fuga da quello che Marvin Gaye aveva codificato come “Inner City Blues”.
Davvero non era interessante sapere della vita reale quando ti trovavi immerso in un tappeto di rime che ti proiettavano immediatamente in una regione opulenta e ricchissima.

Come quell’universo che racconta Sucker MC’s, anno 1984, di Run-DMC.

Let Love Have The Last Word: le pagine e le barre

Ne è passato di tempo e ne sono state scritte, dette e cancellate di barre in tutti questi anni. Fino ad oggi quando una delle icone del rap contemporaneo, pieno di soldi fino a provarne schifo, con almeno tre dischi fondamentali per il canone hiphop quali “Can I Borrow A Dollar?”, “Resurrection” e “Like Water For Chocolate” (usciti in un periodo di otto anni) guardandosi allo specchio nell’atelier di uno stilista di Los Angeles decide di dare seguito a un pensiero.

Noi lo immaginiamo glamour, in una posizione di assoluto privilegio, eccolo lì, che si rimira in uno specchio indossando vestiti che possono costare come due nostri stipendi.

E invece lui sta pensando ai suoi errori, a quello che ha sottratto a sua figlia (che glielo ha rinfacciato) e ne fa il cuore pulsante di una raccolta di ricordi, un “memoir”, che mette in ordine il concetto di amore per Common. Anche dell’amore negato, di quello sottratto, di quello vissuto o di quello gettato via.

Un uomo, celebre, ricco, al quale secondo noi non manca nulla, che si ritrae in quello specchio: fallibile, vulnerabile, umano.


Let Love Have The Last Word è una dichiarazione di intenti e una miniera di suggerimenti pratici per renderci conto di cosa sia davvero l’amore. Per renderci conto, se mai ce ne fosse bisogno, che l’amore è un impegno costante sia nei confronti di noi stessi che nei confronti di coloro a cui rivolgiamo amore, che l’amore richiede quotidianamente impegno, dedizione e lavoro.

Che l’amore ha l’ultima parola (come suggerisce il titolo) perché spesso è un posto dove si cede a compromessi con lo scopo di trovare terreno comune fra le persone, che l’amore spesso lo usiamo per giustificarci ma appunto lo usiamo come scusa e non come sprone per uscire dalla nostra zona di conforto e andare altrove, rischiando per le altre persone.

Common è bravo con le parole, sia quelle che appoggia su uno strumentale, sia quelle che infila nelle frasi che compongono questo suo secondo libro. La cui colonna sonora è un disco altrettanto interessante.
Due angolazioni diverse che fanno però convergere lo sguardo sul fatto che puoi amare gli altri solo una volta che ami te stesso e metterci davvero il cuore gioca il ruolo più importante.

Quello che emerge, poi, da “Let Love have The Last Word”, è la consapevolezza di Common in relazione al fatto che da sempre lui abbia voluto essere un artista e abbia voluto utilizzare la sua arte per generare amore. Il messaggio superiore del libro è semplice da formulare ma terribilmente impegnativo da mettere in pratica: devi riconoscere e affrontare i tuoi problemi emozionali prima di poterli risolvere e sistemare.

Lo racconta attraverso la sua esperienza, gli episodi della sua vita, i suoi rimorsi, le cose che con il senno di poi avrebbe fatto in maniera diversa, attraverso l’acquisizione della capacità di ascoltare gli altri, entrare nel loro terreno, come scritto sopra uscendo dalla propria zona di conforto e dalle proprie sicurezze.

Non è sempre facile sapere cosa fare in nome dell’amore. Common racconta che metà della battaglia sta nell’essere presenti. Che questo si traduca nel visitare un detenuto o semplicemente essere più presenti nella vita di una persona cara. Non è sufficiente fare accademia sull’amore riempiendosi la bocca di concetti da offrire a chiunque ci incontri, è l’azione quella che vale.

In parole e musica, lascia che sia l’amore ad avere l’ultima parola. Let Love Have The Last Word.