Allen Stone

Allen Stone 2020

Allen Stone, classe 1987, canta dal 1990.
All’età di quindici anni viene folgorato da ‘Innervisions’ di Stevie e da lì è solo un crescendo.
Anche di consapevolezza, tanto che sul suo secondo disco, quello omonimo, c’è una perla assoluta che si intitola ‘Unaware’ e che secondo me rappresenta il perfetto punto di ingresso per conoscere meglio la sua musica.
Qui la versione dal vivo registrata in occasione delle Spotify Sessions:

Da lì il ritmo di pubblicazione è di circa un album ogni quattro anni e in mezzo un tour per portare la sua musica direttamente alla gente, rigorosamente indipendente e carico di groove, amore per la storia dalla quale proviene (e parliamo di Stevie, Marvin, Aretha e Donny).

L’anno successivo alla pubblicazione di ‘Allen Stone’ è quel duo di mattacchioni di Macklemore e Ryan Lewis che lo vogliono in ‘The Heist’ per collaborare su ‘Neon Cathedral’

Arriva il 2015 e Allen Stone ci regala ‘Radius’:

Il raggio è quella linea che si estende dal centro del cerchio verso l’esterno, e in molti modi questo album parla di far emergere le cose nel profondo, che si tratti di amore o di insicurezza, gioia, frustrazione per le cose che accadono oggi.

ed esce per Capitol Records, una major che però gli permette di essere sé stesso – che è una cosa difficilissima oggi, anche solo a pensare alle parabole di ottimi artisti indipendenti italiani che sotto il tetto di una major hanno in qualche modo perso quasi completamente il loro fuoco.

E dentro ‘Radius’ c’è la posizione ribaltata di “American Privilege” indirizzata all’America bianca e alla sua posizione di privilegio verso l’America nera, raccontata da un bianco con gli occhi azzurri. E poi c’è anche “Freedom” che parte come un singolo di elettronica e poi incendia tutto con il groove.
La storia, l’eredità e la contemporaneità come in “Guardian Angel” che si avvicina ai colori dell’hiphop:

Poi ‘Perfect World’ viene inserita nella colonna sonora di “Dear Withe People” di Netflix, c’è il tour che questa volta tocca anche l’Italia e in particolare il Biko a Milano.

Sul finire del 2019 è la volta di “Building Balance” che rappresenta una lezione di soul moderno fatta da Allen Stone. Il disco affronta un concetto molto ampio di amore filtrato nel codice di Allen composto di relazioni interpersonali e di rapporti.
Tecnicamente il disco è di quelli che i cvitici bvavi definirebbero “organico” perché registrato con pochissimo aiuto dell’elettronica prediligendo gli strumenti quelli veri ed ha molte frecce da scoccare.

I puristi osservano che essendo bianco non può essere un vero “soul singer”, ma a questo punto riprendo una dichiarazione di Stevie Wonder che è anche presente nella pagina principale di questo sito e che abbrevio così:

If you sing with soul, with feeling, then you are a soul singer. (Stevie Wonder)

Allen Stone – Building Balance

E di soul, di feeling, in “Building Balance” ce n’è in abbondanza.
Se a questo punto hai voglia di cercare i commenti sociali, ne troverai pochi. Allen Stone vive nel presente e il suo presente è fresco di un figlio. Cosa che ammorbidisce l’orizzonte e forse distrae anche un po’ dalla società per seminare in famiglia come cantare l’amore per la moglie, in ‘Sunny Days’ . E non è un male.
Soprattutto se quel che ne deriva è un disco che coniuga in maniera eccellente il talento, la storia della musica black e un atteggiamento da hippy moderno consegnandoci cinquanta minuti di musica ben distanti da un mero e stucchevole revival “soul” o, come preferiamo dire “rinascimento del soul classico”.
Di nuovo centro, per Allen Stone.

Come bonus track la sua versione dal vivo di ‘Is This Love’ e il suo sito ufficiale.

KAYTRANADA-HEADER

Kaytranada 2020

Kaytranada lo scorso 19 Novembre ha pubblicato un tweet. Questo:

Poco meno di un mese più tardi esce ‘Bubba’, il suo secondo lavoro sulla lunga distanza.

Kaytranada è nato ad Haiti ed è poi cresciuto a Montreal, dove ha forgiato il suo suono inconfondibile e terribilmente “cool” tanto da conquistare nel corso di pochissimi anni una manciata di fedelissimi che attendono le sue produzioni con entusiasmo sempre crescente.

Kaytranada è uno di quelli che ti abitua bene, che esce con un disco che si intitola ‘99,9%’  che è un piccolo gioiello e cosparge il tempo che separa il debutto dai nuovi lavori con dei singoli apparentemente slegati tra di loro, ma che – unendo i puntini con il senno di poi – rappresentano perfettamente un percorso.

Il progetto del disco di debutto viene chiuso attraverso la condivisione su Soundcloud di un mixtape che è quello 0,01% che mancava (anche se dura un’ora e mezza) e che puoi ascoltare qui:

L’atmosfera del club più bello del mondo è quella che fa girare i pezzi di Kaytranada e non si accontenta della paccottiglia “mainstream” dei suoni “da discoteca”, quella moderna.

La miscela di soul, funk, house e hiphop è ancora lì, tutta, ma con tantissima consapevolezza in più. Proprio per questo (ed è già accaduto ad Atlanta, con 6lack) il suo secondo disco è migliore del primo.

Aspetta un attimo, però, torniamo al momento in mezzo tra ‘99,9%’ e ‘Bubba’.

‘Dysfunctional’, ‘Nothing Like U’ e ‘Changes’ – i singoli che hanno sospeso il tempo fra i due album, non sono inclusi. ‘Bubba’ è un discorso tutto nuovo.

Kaytranada – Bubba

Un disco che puoi ballare dall’inizio alla fine, senza stancare le orecchie, godendoti di volta in volta i piccoli segreti che scopri quando ascolti lo stesso disco più volte. E trovi tutti i giochi e le finezze che qualcuno ci ha infilato, ma nascondendole un pochino.

‘Bubba’ nasce dal flusso di lavoro abituale per Kaytranada: lui costruisce i beat nel suo studio, concentrandosi solo sulla musica. Poi interpella i suoi contatti (che sono contatti del calibro di Goldlink, Kali Uchis, Anderson .Paak, Pharrell Williams, Tinashe, SiR, Masego, Charlotte Day Wilson) e invia loro il materiale su cui possono lavorare.

Quindi ‘Bubba’ di Kaytranada nasce da collaborazioni in remoto e per stessa ammissione del produttore in un’intervista con Zane Lowe di Beats1: “preferisco lavorare così. Oh lo so che oggi funziona meglio con la presenza, ma io sono un tipo riservato, preferisco stare nel mio e consentire a chi collabora con me di fare altrettanto perché non voglio influenzare me o loro. Sono uno che pensa agli affari propri e voglio continuare a farlo.”

Con il santino di MadLib in tasca, Kaytranada ha lasciato fuori da ‘Bubba’ un altro disco intero. Che forse uscirà come una sorta di “seconda parte” perché ci sono stati dei tempi piuttosto lunghi per quello che riguarda le autorizzazioni sui campioni utilizzati. Oltre a questo la musica che è stata composta negli scorsi due anni era veramente tanta e di qualità eccellente che lo stesso artista ha deciso di conservarla.

Forse possiamo parlare, qui, di “post hiphop” (non è vero, non è “post” nulla, ma lo hanno già classificato così alcuni magazine blasonati per cui mi metto anch’io in fila).
Sicuramente possiamo parlare della sorpresa più eclatante arrivata alla fine del 2019 che ci terrà compagnia per tutto il 2020.

Fra l’altro, “Bubba” è un flusso. Proprio come un album deve essere: coeso, fluido, che si fa ascoltare dall’inizio alla fine come se fosse una passeggiata fra amici. Io non so se questo fa ancora parte di quello che viene chiamato “cultura del club” (o clubbing, termini derivati da un’altra lingua a volte a sproposito), però so che fa quell’effetto lì. Ed è proprio bello.

Qui sotto c’è un video girato nel negozio più bello degli Stati Uniti, Amoeba, dove Kaytranada racconta quello che ha appena comprato, svuotando la borsa e raccontando sé stesso attraverso la musica che ascolta. Uno sguardo interessante che ti fa capire perché ‘Bubba’ è un disco da avere subito e perché Kaytranada è uno dei nomi più interessanti del nostro presente “black”.

Samuel Jack

Samuel Jack 2019

Samuel Jack è il soul pop bianco, è la musica che conta – per le storie che racconta nei testi.

Samuel Jack ha una voce che arriva diretta dal blues (e diciamocelo chiaro che praticamente “la black” nasce proprio tutta da lì e da papà gospel, dai, ma questa è un’altra storia), passa per la Motown e arriva a noi.
Samuel Jack è uno che racconta le storie, e lo fa bene.
Samuel Jack è uno degli artisti da tenere nel radar per il 2020 (a meno che tu non lo abbia già tra i preferiti) per il semplice motivo che quando la musica è così onesta, così diretta e così coinvolgente nella sua semplicità ha diritto di essere ascoltata. Con la certezza che muoverà qualcosa dentro.
E quest’anno esce il suo disco d’esordio.

E, vedrai, una volta premuto play ti conquista. Come ha fatto con noi che lo abbiamo condiviso alla radio, il martedì sera, in Soul (R)Evolution e ancora prima su questo stesso sito, qui.

“Ascolto musica di ogni genere, ma c’è qualcosa nel Blues, nel Soul, nel Gospel che mi entra nelle vene. La storia di tutto, il dolore, il dolore, la gioia, il sesso. E quando quelle emozioni sono trasmesse da una voce che lo significa davvero, sento solo che non può esserci un modo migliore per esprimerti “. (Samuel Jack)

Dice: “Sono cresciuto dai suoni e dal mondo delle canzoni di redenzione” e io l’ho conosciuto con questa:

‘Kill All The Lights’ è uscita nel 2018 e lui scriveva, cantava e viveva in un caravan.
Lì ha scritto la prima manciata di canzoni e le ha fatte ascoltare al mondo. Il suo mondo piccino, indifeso, introspettivo nasce da lì.
E porta con sé un bel pacchetto di battaglie, alcune annegate in un bicchiere e altre che battono forte in testa.

C’è l’impegno sociale, con ‘Refugee’
Dopo ‘Kill All The Lights’ lo avrebbe lasciato, il suo mondo piccino, vincendo una sua grandissima reticenza: vivere a Londra, lontano dalla solitudine, dalla completa indipendenza, a contatto con una città grande, che ti inghiotte e ti nasconde. Ma che ti permette di andare oltre, di superare le paure e i limiti.

Samuel Jack a Los Angeles

Fino a portarti a Los Angeles, dove scrivi nuova musica e metti basi ancora più solide alle tue storie.
E ad un certo punto iniziano ad arrivare anche le canzoni felici, perché i tuoi demoni li hai messi da parte.
Forse hai vinto tu. Anzi, togli il forse.

E da questa vittoria ne arrivano altre.
Una in particolare è quella più importante.
Quella di quando ti rendi conto che non sei più da solo, quella che risuona dentro chiunque abbia la voglia di entrare in una nuova canzone, in una nuova storia, che hai il coraggio di cantare e raccontare, che è quella di molti e che si intitola ‘In My Head’.

Ho lottato con la depressione e l’ansia e sono certo che i miei problemi siano nati attraverso la mia situazione e successivamente hanno influenzato ogni aspetto della mia vita. Le relazioni personali sono state la chiave per uscire e per conquistare la mia positività.


E poi arriva una storia che ha come protagonista il mondo.
Quello che conosciamo oggi, quello della generazione che è il futuro e che può diventare con molta facilità un inno alla vita.

Samuel Jack ogni tanto regala anche qualche cover. Fra le più recenti quella di ‘I Don’t Have To Change’ di John Legend (e qui si capisce qual è il terreno sul quale gioca) che si distanzia dalla sua prima cover, quella di ‘Gangsta Paradise’ arrangiata al piano (!!!).
Oppure un’incursione nel repertorio di Justin Timberlake.

Lui è di Londra, lui è Samuel Jack, lui è uno di quelli da tenere d’occhio nel 2020. E questo è il suo sito internet.

Let Love Have The Last Word Header

Let Love Have The Last Word

Let Love Have The Last Word: intro

Let Love Have The Last Word è la seconda raccolta di memorie di Common e per dare a quelle pagine il giusto contesto devo partire dalla storia, dall’inizio.

Quello che abbiamo imparato in anni di ascolto del rap, dalla fine degli anni 70, è che i rapper spesso si vantano di cose che non hanno, di vite che non vivono, di carte di credito che non sono di certo nei loro portafogli.

“Ho una Lincoln Continental e una Cadillac con il tetto apribile, quindi dopo la scuola faccio un tuffo in piscina che è proprio sulla facciata”

È il secondo verso di “Rapper’s Delight”, è la spavalderia eccessiva che viene giustificata perché chi la ostenta è riconosciuto come povero e molto probabilmente lo incontravi a fare la coda per il welfare.

All’inzio il rap non era quello che voleva riflettere la realtà, non era a tutti i costi “keeping it real”, era piuttosto una fuga da quello che Marvin Gaye aveva codificato come “Inner City Blues”.
Davvero non era interessante sapere della vita reale quando ti trovavi immerso in un tappeto di rime che ti proiettavano immediatamente in una regione opulenta e ricchissima.

Come quell’universo che racconta Sucker MC’s, anno 1984, di Run-DMC.

Let Love Have The Last Word: le pagine e le barre

Ne è passato di tempo e ne sono state scritte, dette e cancellate di barre in tutti questi anni. Fino ad oggi quando una delle icone del rap contemporaneo, pieno di soldi fino a provarne schifo, con almeno tre dischi fondamentali per il canone hiphop quali “Can I Borrow A Dollar?”, “Resurrection” e “Like Water For Chocolate” (usciti in un periodo di otto anni) guardandosi allo specchio nell’atelier di uno stilista di Los Angeles decide di dare seguito a un pensiero.

Noi lo immaginiamo glamour, in una posizione di assoluto privilegio, eccolo lì, che si rimira in uno specchio indossando vestiti che possono costare come due nostri stipendi.

E invece lui sta pensando ai suoi errori, a quello che ha sottratto a sua figlia (che glielo ha rinfacciato) e ne fa il cuore pulsante di una raccolta di ricordi, un “memoir”, che mette in ordine il concetto di amore per Common. Anche dell’amore negato, di quello sottratto, di quello vissuto o di quello gettato via.

Un uomo, celebre, ricco, al quale secondo noi non manca nulla, che si ritrae in quello specchio: fallibile, vulnerabile, umano.


Let Love Have The Last Word è una dichiarazione di intenti e una miniera di suggerimenti pratici per renderci conto di cosa sia davvero l’amore. Per renderci conto, se mai ce ne fosse bisogno, che l’amore è un impegno costante sia nei confronti di noi stessi che nei confronti di coloro a cui rivolgiamo amore, che l’amore richiede quotidianamente impegno, dedizione e lavoro.

Che l’amore ha l’ultima parola (come suggerisce il titolo) perché spesso è un posto dove si cede a compromessi con lo scopo di trovare terreno comune fra le persone, che l’amore spesso lo usiamo per giustificarci ma appunto lo usiamo come scusa e non come sprone per uscire dalla nostra zona di conforto e andare altrove, rischiando per le altre persone.

Common è bravo con le parole, sia quelle che appoggia su uno strumentale, sia quelle che infila nelle frasi che compongono questo suo secondo libro. La cui colonna sonora è un disco altrettanto interessante.
Due angolazioni diverse che fanno però convergere lo sguardo sul fatto che puoi amare gli altri solo una volta che ami te stesso e metterci davvero il cuore gioca il ruolo più importante.

Quello che emerge, poi, da “Let Love Have The Last Word”, è la consapevolezza di Common in relazione al fatto che da sempre lui abbia voluto essere un artista e abbia voluto utilizzare la sua arte per generare amore. Il messaggio superiore del libro è semplice da formulare ma terribilmente impegnativo da mettere in pratica: devi riconoscere e affrontare i tuoi problemi emozionali prima di poterli risolvere e sistemare.

Lo racconta attraverso la sua esperienza, gli episodi della sua vita, i suoi rimorsi, le cose che con il senno di poi avrebbe fatto in maniera diversa, attraverso l’acquisizione della capacità di ascoltare gli altri, entrare nel loro terreno, come scritto sopra uscendo dalla propria zona di conforto e dalle proprie sicurezze.

Non è sempre facile sapere cosa fare in nome dell’amore. Common racconta che metà della battaglia sta nell’essere presenti. Che questo si traduca nel visitare un detenuto o semplicemente essere più presenti nella vita di una persona cara. Non è sufficiente fare accademia sull’amore riempiendosi la bocca di concetti da offrire a chiunque ci incontri, è l’azione quella che vale.

In parole e musica, lascia che sia l’amore ad avere l’ultima parola. Let Love Have The Last Word.

 

Hitsville--the-making-of-Motown

Hitsville: the making of Motown

Hitsville: the making of Motown è qualcosa che secondo me tutti dovrebbero vedere.
Magari con qualche suggerimento, qualche piccola accortezza, ma cercando quanto più possibile di godersi il viaggio.

I talenti in campo sono indiscutibili e nei primi tre minuti c’è una quantità indescrivibile di leggenda che sembra di essere alla festa degli Avengers. L’idea di Berry Gordy è incredibile, per quel tempo, e nel documentario che è stato lanciato da Showtime  la si capisce quasi in tutta la sua complessità.

Quel che affiora da Hitsville: the making of Motown è che probabilmente Motown stessa è una congiunzione di un sacco di cose che non si sarebbero potute coagulare se non in quel posto e in quel periodo storico così preciso.

Non poteva nascere se non a Detroit, non poteva nascere se non negli anni 50/60 e non sarebbe stata il mito che oggi si celebra. Per tutta una serie di questioni a capo delle quali troviamo sicuramente l’intuito di Gordy ma anche le dinamiche che hanno caratterizzato la grande migrazione dei neri dal sud degli Stati Uniti verso il nord.

Un’idea che ha le sue radici in un giovane operaio di una catena di montaggio dalla quale mutua l’idea per un ritmo, per un groove che diventerà Reet Petite (sì, l’ha scritta Gordy!), che farà partire il generatore di una bellissima favola.

E dalla fabbrica arrivano anche altre idee, come quella di avere una house band per Hitsville, un gruppo di musicisti che da una parte garantissero presenza e dall’altra un suono ben distinguibilie. Sempre dalla catena di montaggio arriva la severità nel condurre gli affari e la spregiudicatezza di chi non ha nulla da perdere ma sta inseguendo il proprio sogno americano (e un tot di incoscienza, sia ben chiaro).

Hitsville: the making of Motown racconta di un’alchimia che possiamo raccontare soltanto con il senno di poi: quando questi fatti succedono non è possibile nemmeno immaginare la portata devastante che avranno nel futuro. Ed è un’alchimia che non è replicabile. Un diagramma che oggi non è nemmeno possibile disegnare.

Hitsville: the making of Motown racconta le luci di questa storia, perché ci troviamo proprio nella proverbiale situazione in cui chiediamo all’oste se il suo vino sia buono. Tutte le miserie sono sapientemente nascoste sotto i tappeti del museo di Detroit, sotto i lustrini delle Supremes, sotto la celebrazione di Marvin Gaye e la scoperta di filmati inediti di un giovanissimo Stevie Wonder all’Apollo in un’infuocata Fingertips.

Momenti che hanno cambiato più di una vita, un otto volante sospeso fra quelle immagini dell’audizione dei Jackson Five e i ricordi di Jamie Foxx, gli interventi di John Legend e dello stesso Stevie che sono di contorno alla storia di una azienda che mette in rilievo alcuni temi oggi di normale discussione ma nel 1960 assolutamente rivoluzionari.

Come fu rivoluzionario il tour collettivo, il Motortown Revue del quale a un certo punto si dice che

Non si discuteva. Nella stessa stanza c’erano ragazzi bianchi e ragazzi neri, insieme, che ballavano la stessa musica.

Hitsville: the making of Motown racconta di come neri e bianchi potessero lavorare insieme a Detroit, di come le donne potessero ricoprire cariche esecutive dentro una delle aziende più floride d’America, di come un sapiente ecosistema che elaborava e sviluppava persone dal pentagramma alle buone maniere in pubblico potesse lasciare un’impronta indelebile nel mondo.
Compreso il fatto di essere accettati, da neri, anche dalla società bianca in un’unità di intenti e di scopo che sarà solo molti anni dopo la bandiera di un tale Afrika Bambaataa.

Il documentario è un bellissimo gioco, le cui regole sono scritte con il senno di poi, su una delle storie più interessanti della musica (non soltanto black) e della cultura americana. Di quella musica che, volente o nolente, accompagna ancora la storia degli uomini.

Da godere, per due ore, e sui titoli di coda chiedersi di nuovo “What’s Going On?”

Per le ombre, c’è un sacco di letteratura. Ma non rovinatemi la festa, adesso.

Quiet Storm - today

Quiet Storm – today

Quiet Storm. Forse un genere musicale o forse qualcosa in più. Sicuramente un concetto musicale, una prospettiva che è parte dei nostri ascolti da un sacco di tempo.
Per fare qualche esempio, Quiet Storm è quel modo di intendere la musica che è nato nel 1976, in estate, da Melvin Lindsey.

Nemmeno su Wikipedia in italiano se ne trova menzione. Ma la versione inglese riporta:

Quiet storm is a radio format and genre of contemporary R&B, performed in a smooth, romantic, jazz-influenced style. It was named after the title song on Smokey Robinson’s 1975 album A Quiet Storm.

Melvin lavorava a WHUR, un’emittente radiofonica di Washington, e proprio in quel periodo giocava come sostituto. Non era infatti una delle voci più presenti alla radio e forse proprio per questo non aveva quello stile – abbastanza impostato ai tempi – dei suoi colleghi più in vista.
Però passava le canzoni di Phyllis Hyman, Jean Carne e Norman Connors. Quella pasta lì, insomma.
E poi c’era un disco, che in America decisero dovesse essere il rappresentante di tutto quel suono.

A Quiet Storm di Smokey Robinson. Una storia che ho raccontato qualche tempo fa e che se hai voglia di leggere trovi qui.

Se guardiamo alle radio mainstream di oggi questa ricetta è stata completamente abbandonata. Tutto gira intorno a 20 canzoni che “rendono felici”, si è persa la voglia di star dietro a pezzi più lenti, “emozionali” come dicono alcuni, in favore di un “è tutto bello, va tutto bene” che stride sempre più con le emozioni di chi ascolta.

E questa distanza della radio dalle persone si fa sentire, ogni volta, sempre più forte. E questa distanza aumenta sempre, soprattutto d’estate, quando la sintonia vagabonda per la banda e non trova pace tra ritmi “felici” e messaggi Whatsapp.

Quiet Storm – cercarlo oggi

Difficile oggi ritrovare la voce di Luther Vandross, qualcosa dal disco di debutto (imprescindibile) di Sade, tracce prese da ‘Voodoo’ di D’Angelo, qualche episodio di ‘Midnight Love’ di Marvin Gaye. Così come si perdono le tracce di ‘Baduizm’ di Erykah Badu o di ‘Between The Sheets’ di The Isley Brothers oppure di altri dischi imprescindibili come ‘Maxwell’s Urban Hang Suite’ o ‘Rapture’ di Anita Baker.
A meno che tu non sia affezionato a Vibe con Massimo Oldani, ma a quel punto stai già giocando in casa. E fai solo bene.

Quiet Storm – dov’è, oggi?

Sono passati un sacco di anni, dal 1976.

Sicuramente nessuno è capace di farci tornare esattamente là, sicuramente la storia è cambiata così come sono cambiate le nostre abitudini.
Ma il Quiet Storm è sempre stato lì, ci ha accompagnati, ci ha tenuto la mano. Soprattutto quando non ci interessava ballare, quando non ci interessava divertirci per forza, quando avevamo la necessità semplice di un abbraccio.
 Sarebbe bellissimo, oggi, poter tornare indietro, poter avere di nuovo i nostri vent’anni, poter scaricare tutto quello che è più complicato adesso e andare ancora là. Facciamocene una ragione: non è possibile. E vivere ancorati soltanto al passato è una cosa che non si fa, anche se è facile, perché si diventa vecchi tromboni che suonano sempre la stessa canzone. Quella che ha per titolo “Ai miei tempi era meglio”.

Abbiamo un presente bellissimo, moderno, al passo con i tempi e con i nostri tempi, quelli che abbiamo – nel bene e nel male – contribuito a costruire.
E i nostri tempi ne propongono ancora un sacco, di Quiet Storm, anche se molti di quegli artisti hanno cambiato un po’ vestito, anche se molti di quei nomi adesso non ci sono più. La loro eredità continua, oggi, ed è bellissima.

Certo, è diversa. Ma guardati allo specchio: non sei diverso anche tu?
Eccolo, allora, il Quiet Storm di oggi. Quello contemporaneo, quello che ti porta nello stesso mondo, quello che è presente là dove la radio torna ad essere la radio e dove le playlist non te le compila un algoritmo ma – come ai vecchi tempi – appassionati di quella stessa musica che però non premono sul pulsante della nostalgia perché vivono nel presente.

Quiet Storm, cassettina 2019

Il viaggio è lungo e c’è ancora tanta strada da fare: come dico sempre è bello ascoltare la musica di oggi, senza dimenticare la tradizione ma trattando il passato per quello che è: ricordarlo, ricordarsene, trarre insegnamenti. Che ci piaccia o no non ci appartiene più, e questo è un dato di fatto.
 Oggi questo è il suono del Quiet Storm. Ed è bellissimo.
Qualche esempio lo trovi in una sorta di “cassettina” che ho preparato su Spotify.

Fuori algoritmo, come al solito.

Black Pumas

Black Pumas è il soul del 2019

Black Pumas è il nome di una band, è il titolo di un disco, è quella cosa della quale nel 2019 non potrai fare a meno.

Eric Burton suonava come artista di strada ad Austin e un giorno alcuni amici fanno in modo che lui e Adrian Quesada si incontrino.

Quesada è una sorta di genio della musica, un tizio che ti fa sembrare suonare la chitarra naturale tanto quanto passeggiare.

Quesada conosceva già Burton, lo aveva sentito cantare in un messaggio vocale al telefono, probabilmente inviatogli da un amico che passava dalle strade di Austin.

Da quel giorno i due iniziarono a lavorare al loro suono, quello che li rappresentava meglio, quello che li avrebbe portati come mezzo di distrazione in ciò che qualcuno ancora chiama “retro soul”.
Il contesto musicale che li accomuna maggiormente, nelle loro ispirazioni, è l’ hiphop della East Coast, quello degli anni 90.

E a quel punto, Houston, abbiamo un problema. Serissimo.

Nascono così Black Pumas, ci piace anche pensare che al di là dall’aver consumato i dischi del Wu Tang Clan i due abbiano scelto un nome che potesse ricordare in qualche modo anche le Black Panther. Ma si sa, sono le voci della strada e gli interessati non hanno confermato.

Il loro nome inizia a girare, sulla rete e forse anche alla vecchia maniera fino a giungere a New York, sulle scrivanie della According To Our Records. La ATO, quell’etichetta lì.

Black Pumas e ATO records

Dave Matthews (il signor ATO Records, per intenderci) passa da quella scrivania, pesca la chiavetta USB, la porta in ufficio. In quello stesso ufficio dove negli anni sono passati a firmare contratti Alabama Shakes e Benjamin Booker e Allen Stone per intenderci. Quello stesso ufficio che di musica indipendente ne sa qualcosa.

Una seconda versione racconta che ad arrivare sulla scrivania di Dave Matthews fosse una copia del 7 pollici edito da Karma Chief Records. Scegli quella che ti piace di più.

D’altra parte Black Pumas avevano già avuto l’onore di firmare, per una sub etichetta chiamata Karma Chief Records, sotto l’egida di Colemine Records (oh, sì, ancora e sempre loro, quelli di Durand Jones, Ben Pirani e Kelly Finnigan e Dio sa ancora quanti altri ne arriveranno!).

‘Black Moon Rising’ uscì per l’etichetta dell’Ohio, su un 7 pollici, con dietro ‘Fire’. Entrambe tenute strette e incluse nell’album di debutto che è stato co editato da Colemine con ATO perché nella musica soul spesso succede che si condivida e questo è uno degli esempi più belli degli ultimi anni.

Black Pumas – l’album

Ah, già, ma stavo dimenticando che forse sei passato di qui per sapere cosa ne penso, di questo disco e magari per avere delle scorciatoie per ascoltarlo direttamente se sei così matto da fidarti di quel che metto su questo blog.

Io quando ho sentito il disco ho pensato che era giunto il momento in cui Steve Winwood avesse deciso di mettere in piedi una band di soul. Poi però forse ci sono dei colori che ha usato Ray Charles e allora si complica tutto.

Perché in questo disco i confini si strappano e diventa più interessante per me raccontare la storia che c’è dietro, la ragione per cui quei confini si strappano. La storia di cui il disco è perfetta colonna sonora. Senza riempitivi, senza l’arroganza di volerti tenere lì per 40 minuti dove solo una decina sono quelli buoni.

A dimostrazione del fatto che la musica buona non ha smesso di uscire nel 1985 o – ancora peggio – nel 1967, che non è tutto finito dopo Otis Redding, che c’è qualcosa di speciale che si muove tra i confini di soul, funk, RnB e hiphop e arriva da artisti giovani, le cui influenze arrivano da lontano come spazio e come tempo (lontane nel tempo anche da Otis, dalla Stax, da Curtis, da Aretha e dalla Motown), ma per fortuna oggi sono qui a raccontarcelo.

Black Pumas, facile da ricordare, impossibile da dimenticare.

Ascoltalo qui:

The Heavy

The Heavy – Sons

The Heavy è il nome di un quartetto inglese.
Una band che nel 2019 pubblica il suo quinto album per confermare un’identità che oggi stava per mancarci.
Attraverso lo spunto offerto da Lee Moses ho cercato di tracciare la linea che unisce il rock e il soul, ma il modo più efficace per spiegare il concetto è ascoltarlo nella musica.

‘Sons’ di The Heavy rappresenta proprio questo.

La felice unione fra soul, funk, chitarre garage, pezzi diretti come pugni in faccia, le spezie di certa musica western e una coesione micidiale.

Arrivano da Bath e con questo quinto disco si possono prendere il lusso di mettere i puntini sulle i. O, meglio, di uscire con un album che è la playlist della loro essenza.

Tutto è al proprio posto: l’attitudine del suono dal vivo, catturato alla vecchia maniera invece che da computer e plug in, la presenza palpabile di Memphis e anche quella del rock americano, l’energia di Kelvin Swalby che risulta essere un frontman saldissimo anche in studio (restituendo la sua versione degli insegnamenti presi sia a Marvin Gaye che a Edwin Starr) e la potenza della band ben rodata.

“Heavy For You” apre le ostilità e lascia senza fiato. Da qui è un ottovolante bellissimo all’interno della personalità artistica di The Heavy attraverso quello che sanno fare meglio: colpirci con le canzoni architettate magistralmente per lasciare il segno.

Tipo così:

Le fa coppia, più avanti, “Fighting For The Same Thing”, altra mina collocata appositamente per irretirci nella bolla di “Sons” che imprigiona anche ‘Better As One’ nata a causa degli eventi di Charlottesville nel 2017.

In tutto questo si sente anche un groove suonato con un bicchiere, è “Put The Hurt On Me” che apre la seconda parte del disco.

C’è anche spazio per “Simple Things” che sembra essere addirittura una parodia in chiave The Heavy di un pezzo degli Shalamar. Questa anticipa la traccia che più si avvicina a un universo glam rock, “A Whole Lot Of Love”.

The Heavy è una bestia fragile, ma è una bestia fragile che capiamo tutti e quattro. La band ha sempre avuto a che fare con la parte migliore delle nostre influenze ed è riuscita a farle funzionare insieme. Siamo diventati con il tempo alchimisti capendo quello di cui abbiamo bisogno. Tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni sembra averci portati qui. (Kelvin Swalby)

L’energia di “Sons” è quella che sta mancando da qualche uscita a questa parte a un altro gruppo che è nel mio radar da qualche anno e fortunatamente qui invece non accenna a diminuire o a nascondersi.
Il soul incontra il rock, incendia con il funk e diventa la miscela esplosiva di The Heavy.

Il segreto di ‘Sons’ è racchiuso in un semplice teorema: chi li ha amati prima, continuerà a farlo; chi non li conosceva può iniziare da qui e poi andare a ritroso per altre dosi di energia.

Tipo questa.

Mica male, no?

Schegge di musica, quella bella, che non conosce i confini dei generi e che per questo ci conquista sempre.

Lee Moses

Lee Moses è il “deep soul” che arriva fino a oggi

Lee Moses è un nome che non spendiamo spesso quando parliamo di “storia della musica black”.
E secondo me facciamo molto male.
La sua storia è quella di tanti, tantissimi, talenti rimasti ingiustamente nell’ombra che è necessario rivalutare.

E non perché il chitarrista dei The Black Keys lo citi fra le sue influenze, ma perché la sua musica conta tantissimo e ci rivela alcuni “segreti” di quello che ascoltiamo anche oggi (con il “senno di poi” è vincere facile, lo devo ammettere).

Lee Moses è di Atlanta e negli anni ’50 ha fondato la sua prima band, The Showstoppers, che riscosse un ottimo riscontro a livello locale. Proprio durante uno dei loro concerti intorno alla metà degli anni sessanta, il contatto con un produttore lo portò a lavorare come chitarrista con un certo Jimi Hendrix a New York.

Da cosa nasce cosa, compresa l’amicizia con l’eroe della chitarra per antonomasia, e si arriva alla pubblicazione dei primi titoli per Lee Moses come solista, visto che ha una buonissima voce, (nel 1967) fino a un album, l’unico, del 1971.

In questo disco che si intitola ‘Time And Place‘ suonano anche alcuni membri degli Ohio Players e il disco contiene un “saluto” a Jimi Hendrix, la popolare ‘Hey Joe’ resa immortale dal chitarrista per la sua cover infuocata.

Abbiamo alcuni collegamenti, qui.
Innanzitutto quello che il “deep soul” abbia più di un elemento in comune con il rock.
Poi che Jimi Hendrix è comunque stato un’influenza del soul come lo conosciamo oggi.
E ancora che ‘Hey Joe’ è stata sì un pezzo “rock” (del resto se ne fanno una cover anche i Deep Purple non ci possiamo aspettare un vestito che non sia rock), ma anche “soul” tanto che ne esiste anche una versione di Wilson Pickett, per dire.

In “Time And Place” Lee Moses gioca anche con le radici del garage rock e della psichedelia applicata al soul  uscendone con un disco che rappresenta, per noi oggi, il suono di una metafora.
Quella di un gospel secolare condotto da un pastore che è innamorato del funk.
In sostanza, molto tempo dopo, quello che muove le corde in band come Vintage Trouble e The Heavy giusto per nominarne soltanto due.

Prima e dopo “Time And Place” ci sono altre registrazioni di Lee Moses, che oggi vedono la luce in una compilation che si intitola “How Longer Must I Wait” che riporta l’attenzione su un artista ingiustamente poco noto e poco apprezzato.

Ora tutta la produzione discografica di Lee Moses è alla nostra portata. Sia quel che è stato prima dell’album (e quindi le cover di ‘My Adorable One’ di Joe Simon o le versioni solo strumentali di ‘Reach Out I’ll Be There’ di The Four Tops e ancora ‘Day Tripper’ dei Beatles) sia dopo con la sua versione di una delle mie canzoni preferite di sempre, ‘Dark End Of The Street’.

Insieme a tutto questo anche il suo singolo più fortunato, quella ‘Bad Girl’ che suona così:

 

Lee Moses – gradi di separazione (coda)

Ecco, questi sono soltanto alcuni dei motivi per i quali Lee Moses merita il tuo tempo, per ascoltarlo. Poi potrà anche non essere nelle tue corde, non entrare nel novero dei tuoi preferiti, ma sicuramente resterà uno dei pilastri per i quali oggi ascolti la musica black.

Perché consapevole o meno, un sacco di cose passano dal Deep Soul e per quello che riguarda le periferie di questa espressione sicuramente Atlanta rientra nei posti che frequenti di più. Anche se non lo sai (oh, sì, la stessa Atlanta dell’hiphop e dell’ rnb contemporaneo di – per dire- 6lack).

A volte sono divertenti i gradi di separazione. A questo punto li hai contati: Jimi Hendrix – Lee Moses – Atlanta – 6Lack.
Quanto tempo in mezzo e quanta musica. Bellissima.

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Ari Lennox e il burro di karitè

Ari Lennox tre anni dopo aver firmato con la Dreamsville di J. Cole ci regala l’album di debutto.

“Shea Butter Baby” ai primi ascolti è ‘semplicemente’ un trionfo di moderna contemporaneità sposata a una sensibilità di vecchia scuola che mette d’accordo un sacco di persone che bazzicano gli ascolti della nuova musica black.

Se sei a digiuno e vuoi – pigramente – adagiarti sulla risposta alla classica domanda: “ma suona come? Giusto per avere un’idea…” è certo che ti ritroverai dalle parti di Erykah Badu e di India Arie prima maniera, insomma in pieno anni 90. Ma è comunque una risposta parziale.

Se te la devo dire tutta, “Shea Butter Baby” ha lo stesso profumo che arriva dalla cucina quando torni da scuola. E sotto ha un messaggio necessario dedicato in primis a tutte le donne (nere, ovvio!) che semplicemente vogliono essere sè stesse senza chiedere il permesso a nessuno per esserlo. Un disco che parla di emancipazione attraverso la lente di testi scritti da un punto di vista da millenial quale Ari è.

Ari Lennox campiona Lana Del Rey nella traccia che dà il titolo a tutto il lavoro (anticipata nella colonna sonora di Creed II) e che profuma di burro di karitè che la “lei” lascia sul “lui” nel reciproco inno al desiderio che si risolve nella danza della seduzione.

E poi c’è “New Apartment”.

Già, perché “New Apartment” racchiude tutto il senso dell’album: la libertà, la conquista di un posto che è solo per se stessi, un luogo che viene sistemato con attenzione maniacale e che rappresenta esattamente chi lo vive. Salvo poi rendersi conto che sì, va tutto bene, ma è… comunque vuoto, privo di quell’energia che viene dai dialoghi, dalle risate, dalla complicità con gli altri.
C’è il campione jazz, qui, come se fosse proprio il disco di Hubert Laws del 1979 a suonare mentre Ari ci racconta i suoi pensieri, il suo rito di passaggio, come se fosse questo il vinile che suona nel nuovo appartamento.

Lo stile di Ari Lennox è qualcosa di unico. Lei scrive e interpreta in maniera diretta. Apparentemente è senza filtri, diretta e brutale. Qui sta la bellezza del disco: un disco naturale che non usa artifici per farsi piacere ma conquista con il tempo, con gli ascolti ripetuti ed entra sotto pelle.

Lo sappiamo, il territorio in cui si muove più a suo agio l’RnB è quello delle relazioni che sono il soggetto più raccontato in musica. Ed è disarmante ascoltarlo in ‘I Been’, dove Ari è più vulnerabile che mai, come nella coda finale sul sax, parlata:

But, hey, that’s life
And please don’t be in a situation where that person’s tearing you down mentally, emotionally, physically, y-
We’ve heard it a million times, I think emotional abuse is way worse than physical, sometimes
Cause that just fucks up your whole mind
You could develop whole disorders like that
Whole disorders

Quello che conquista, di tutto il disco, è l’autenticità. ‘Shea Butter Baby’ è un disco onesto nel bene e nel male. È  l’ingresso privilegiato nel nuovo appartamento di Ari Lennox dove sono rimaste in disordine le sue passioni, le sue paure, le sue speranze e tutti i suoi desideri insieme alle sue intenzioni.
E a noi viene concesso di gironzolare per quell’appartamento fino alla traccia conclusiva del lavoro, secondo me una delle migliori, ‘Static’. Che porta la sua introduzione musicale a ripetersi per tutto il pezzo mentre sopra le percussioni la vestono con i tessuti e i colori del conforto e della nostalgia, quella bella. Lasciando un libro aperto sulla pagina con l’elenco di tutte quelle cose da cui Ari Lennox è partita artisticamente.

Appena prima c’è la traccia che probabilmente sarà incaricata di rendere Ari Lennox riconoscibile ai più. Questa:

Per questo, ‘Shea Butter Baby’ è un altro dei dischi più belli del mondo.