Kassa overall

Kassa Overall 2020

Kassa Overall è nato a Seattle e da quando ha iniziato a suonare ha fuso il jazz, la world music e l’hiphop.

Che poi gli piaccia suonare la batteria è un altro indizio di quello che ci si potrebbe aspettare.

Kassa Overall è nato nel 1980. A Seattle. E poi si è spostato a New York.

Inevitabilmente è stato travolto da tutto l’hiphop che conta, quello storico, quello che fino a un certo punto di un batterista non se ne sarebbe fatto nulla.
Almeno fino al punto in cui non sono arrivati Gang Starr, Jungle Borthers, Digable Planets o A Tribe Called Quest.

Credo soprattutto almeno fino al punto in cui uno dei suoi ascolti fondamentali in ambito jazz, Brandford Marsalis, non decise di dar vita ai due bellissimi dischi a nome Buckshot Lafonque.

E poi Kassa ha ascoltato e imparato tantissime altre cose, crescendo, cercando in quel che ascoltava un senso che gli appartenesse, qualcosa che non fosse solo un suono ma qualcosa in più, qualcosa di magico.

Come quel pezzo di Joan Baez, ‘There But For Fortune’ del 1964. Quella canzone che inizia così:

Show me the prison, show me the jail
Show me the prisoner, whose life has gone stale
And I’ll show you a young man
With so many reasons why
And there but for fortune, go you or I…

Dice che è importante. Perché Kassa Overall prende questo tema e lo sviluppa, oggi, attraverso tutti gli strati difficili del suo talento (occorre non fermarsi al primo ascolto, questa volta, ma abbandonarsi al mondo di Kassa e a tutti gli strati di cui è fatta la sua musica).

Kassa Overall: I Think I’m Good

Ancora più profondo l’album nel quale ci sarà questa “cover”, questa riscrittura che si intitola ‘Show Me A Prison’ e che vede anche il prezioso contributo di Angela Davis (per un suo ritratto vedi questo articolo de Il Post) che lascia un messaggio in segreteria per Kassa. Che lui condivide con tutti noi.

Così come condivide un disco in cui ha fatto confluire tutto il meglio della scena jazz contemporanea di New York e probabilmente anche qualcuno di cui si sentirà parlare nei prossimi anni, visto il talento.

Ha raccolto tutto e lo ha consegnato a Gilles Peterson per la sua Brownswood Recordings (che Gilles Peterson è quello della Acid Jazz, quello che ha scoperto Jamiroquai, quello che è un’istituzione nel mondo della musica insomma e adesso tra le altre cose è su BBC 6 Music con un programma che detta legge per le proposte che condivide) intitolandolo ‘I Think I’m Good’.

Che è un disco denso, forse difficile all’inizio, un disco che ha dentro un sacco di cose come ad esempio le condanne al sistema carcerario americano, la rivendicazione di una dignità per coloro che combattono per la propria salute mentale. Un disco che ritrae le persone mentalmente sensibili sono quelle che diventano gli innovatori della nostra società.

Certo, il riferimento che a questo punto arriva più chiaro può essere quello a Kariem Riggins, e ci sta tutto. Kassa Overall, però, ha un approccio ancora diverso.

Il disco è stato realizzato nel suo modo da “backpack producer”. Intendendo come “backpack producer” colui che porta nel suo zaino tutto l’occorrente per creare e fissare le idee. Un laptop, forse, o un tablet, al quale attaccare strumenti e talento. Portare in giro tutto quel che serve per creare il proprio suono, per poter mischiare sé stessi con tutte le contaminazioni che si incontrano per strada, collaborare con il mondo e con l’esterno. Uno studio nomade, dove creare nella propria perfetta comfort zone.

C’è tutto questo, c’è molto altro nel mondo artistico di Kassa Overall che si regge guardando temi come l’incarcerazione, la claustrofobia, il disagio mentale tenendo sempre una porta socchiusa anche se nell’altra stanza la speranza è fragile (e lo è per sua natura).

Il vissuto di Kassa Overall, in dodici canzoni. Questo è ‘I Think I’m Good’ che uscirà alla fine di Febbraio.

Lucky Daye

Lucky Daye 2020

Lucky Daye, che suona come Lucky Day e quindi come Giorno Fortunato.

Uno di quelli che puoi goderti a New Orleans. Ecco, immaginati proprio lì, in una delle sue chiese. Una chiesa di New Orleans dove però c’è una comunità che proibisce la musica secolare.

E tu sei un ragazzino a cui piace cantare, ma non quelle cose lì. Quindi usi la fantasia e ti inventi melodie che possano accompagnare le tue letture, sì, proprio quelle, e quei libri diventano le tue canzoni, le tue suite, le tue “opere”.

Una volta addirittura hai proprio litigato con mamma perché quella volta hai capito che il coro della chiesa non lo sopportavi più e le hai detto che non vuoi aspettare di andare in Paradiso per cantare sempre e dar lode al Signore. Tu vuoi cantare adesso, perché in Paradiso ci andrai tra un sacco di tempo e non vuoi aspettare di cantare quel che ti pare quando sarai morto.

Ad un certo punto mamma abbandona quella comunità, a causa dei danni causati dall’uragano Kathrina, e tu scopri il mondo. Per te il mondo è quello dell’R&B e ci sono quei posti che si chiamano Prince, Lauryn Hill, Stevie Wonder.

Te lo ricordi ancora quel viaggio, per te lunghissimo, tra New Orleans e il Texas, con mamma. E tu che per ingannare il tempo mandavi a memoria qualcuna delle tue melodie senza sapere ancora che una volta a destinazione ce ne sarebbero state altre, di melodie, di canzoni, di musiche.

Compi diciannove anni e hai sempre il bisogno di cantare. E allora ci provi, entri in American Idol. Non durerà molto, ma quella volta hai potuto cantare ‘A Change Is Gonna Come’.

Ecco, per te il percorso è stato sulla stessa strada di Al Green, solo che vi siete incrociati a un certo punto camminando in direzioni opposte. Hai presente? Un cenno di saluto con la mano, il Reverendo da una parte e un giovanissimo Lucky Daye dall’altra. Chi lo avrebbe mai detto?

Lucky Daye prima di ‘Painted’

Ok, adesso sei ad Atlanta e stai scrivendo le tue cose. Insieme ad August Alsina, un altro degli amici della musica nera, oscillando andata e ritorno con Los Angeles (trentasei ore di guida, facevate, ma ti rendi conto?).
E in L.A. lavori con Keith Sweat, Ne-Yo, con i Boyz II Men, Ella Mai e Mary J. Blige. Ma il ritmo ti sta facendo fuori, ti finisce le pile, è massacrante. E a un certo punto, inevitabilmente, cedi.

Le cose però non girano benissimo, è un momento difficile, forse il peggiore fino ad ora della tua vita. E proprio quando tutto era diventato buio (pesto) hai trovato la via d’uscita.

Quello fu il tuo giorno felice, il giorno in cui hai iniziato a costruire la tua fortuna, il tuo Lucky Day. E non lo dimenticherai mai.

Tornerai anche in chiesa, ma questa volta con una consapevolezza diversa, di nuovo dentro ma per ricominciare, per vedere tutto da un’altra prospettiva dopo aver spazzato via il passato.

Il disco di debutto di Lucky Daye

Di nuovo, i cartelli di benvenuto di Los Angeles, Atlanta, San Pedro. E le connessioni con nuovi e vecchi amici. Uno di questi, te lo ricordi?, quel matto di D’Mile. Quello che a un certo punto ti ha regalato quindici turni nel suo studio di registrazione mentre si occupava della musica di H.E.R. e l’altro suo amico, il producer che lavorava con Khalid (vedi come certe volte la musica si mette insieme e ti spiega che è sempre una sola, unica storia come dice anche un mio amico?)

E dodici di quelli sono canzoni che hai raccolto in “Painted”.

Adesso “Painted” è il disco di debutto di Lucky Daye e lì dentro c’è tutto il dolore che hai provato fino ad arrivare qui. Adesso basta, adesso quel dolore è musica. E, pensa, riesce a far star meglio gli altri.

Ce l’hai fatta.

Te lo ricordi, quando ti arriva quella comunicazione. Anzi, quelle quattro comunicazioni: nomination per la miglior canzone R&B, per la miglior performance R&B, per la miglior performance R&B tradizionale e per il miglior disco R&B.

Non vincerai in nessuna di queste. Ma non ti interessa, tu ce l’hai fatta.

Berhana

Berhana 2020

Berhana.
Se metti la sua musica in un giorno nuvoloso, per te arriverà il sole.

Lui arriva da Atlanta ma si è trasferito a Los Angeles e la sua arte mette in musica le buone vibrazioni e un pizzico di nostalgia. Ha ventisette anni e un talento incredibile.

Si prende il tempo per crescere, distilla le uscite fino al disco di debutto, “Han” che raccoglie alcune pagine indimenticabili di musica fra le quali ‘I Been’, ‘Lucky Strike’, ‘Drunk’ e ‘California’.

La sua concezione del tempo ricorda quella di Prince. Per entrambi si tratta più di una convenzione che di altro.

Time is a mind construct. It’s not real. (Prince, 2011)

La consapevolezza che le sue canzoni, volenti o nolenti, resteranno per sempre è il motivo per cui ogni più piccolo dettaglio è pensato, studiato, messo al meglio.
Fare le cose con calma è il nuovo mantra (sì, forse anche the new black), necessario in questi tempi dove tutto corre veloce, si consuma troppo in fretta, non si apprezza forse nemmeno più.

Berhana il tempo se lo prende. Quanto? Semplicemente quanto è necessario. Anche per sé stesso, per crescere, per sviluppare il suo suono.

Nei nostri tempi veloci lui va lento, o per lo meno va meno veloce di un feed di Instagram. E i risultati gli danno assolutamente ragione.

Berhana – HAN

Si è preso il tempo giusto per “Han” che è un album.

Questo discorso mi piace sempre moltissimo in quanto non si tratta di scrivere una canzone che potenzialmente può fare la differenza in banca, ma di scrivere un mazzo di canzoni che stiano bene insieme.

Che insieme abbiano un senso più grande dei singoli, che siano un discorso musicale e artistico che resta, che si prende il tempo per affermarsi e che sicuramente alla lunga è più soddisfacente “del singolo”.

Anche di quello da classifica.

Berhana ne ha fatta di strada da quel giorno in cui Donald Glover (Childish Gambino, per intenderci) ha scelto la sua “Grey Luh” come commento sonoro in un episodio della serie “Atlanta” e oggi ha il suo primo album fuori.
Mentre noi lo ascoltiamo, lo facciamo scendere pian piano, con tutta la calma che gli è dovuta, lui sta prendendo il tempo per scrivere altra musica.
Lo farà con calma, così come ha inteso da sempre il suo condividere l’intimità di una canzone, di un album, nel momento in cui quell’espressione è riuscita al meglio.

Mi piace questo atteggiamento: nelle persone rispetto moltissimo il fatto che abbiano il coraggio di usare ancora la cura delle proprie espressioni. Scrivere, cantare, produrre. Farlo “slow”, non farlo per aumentare la quantità ma dare priorità alla qualità. Ecco, la gestione intelligente del tempo.

Me lo immagino, Berhana: registra, sistema, per settimane, mesi. E poi arriva il momento in cui chiude il master. Preme di nuovo “Play”, riascolta la traccia fino alla fine, a volumi criminali. E quando finisce la musica, lui sorride.

“Han” è proprio questo. Un’isola felice, da esplorare con calma, ricca di dettagli che forse iniziano ad arrivare al terzo, quarto ascolto e man mano si rivelano come le meraviglie.

Quelle sfumature che arrivano dal Giappone o dall’Etiopia, incastonate nella miscela assolutamente unica di R&B, hiphop, rock alternativo e pop elettronico.
E che fanno di “Han” qualcosa di prezioso, da gustare con calma per poter assaporare tutta la felicità che porta dentro ogni accordo.

Quando sarò vecchio e tornerò a guardare questo disco, sicuramente lo vedrò come qualcosa di cui andare fiero perché è esattamente come lo avevo in testa. Non è un disco fatto per raggiungere le playlist popolari, è quello che ho voluto io.

Ecco, guarda fuori, vedi che c’è il sole?

 

 

Mac Miller Header

Mac Miller 2020

Mac Miller è senza alcun dubbio uno dei talenti che ci mancano, oggi.
E ci manca dal 7 Settembre 2018.
Dal 17 Gennaio è disponibile ‘Circles’, il disco pubblicato postumo sul quale stava lavorando come seguito ideale di ‘Swimming’ uscito nel 2018.

Ecco, ora potrei raccontare come vedo io il disco, ‘Circles’, ma siccome lo ha fatto benissimo Michele Boroni lascio il link a quello che ha scritto lui.

Mac Miller: dietro i cerchi.

Dietro il disco c’è un rapporto tra persone.

In particolare quello tra Mac Miller e Jon Brion che ha prodotto anche ‘Swimming’ e che sapeva che i piani di Mac fossero quelli di far uscire l’album nel 2018, poi andare in tour e una volta tornato lavorare per finire il lavoro già iniziato e portato avanti per un seguito che poi oggi è ‘Circles’.

Ora, immagina l’interno di uno studio con un tizio in t shirt, bermuda e beanie e Jon Brion alle prese con qualcosa su cui sta lavorando, mettiamo una colonna sonora tipo quella di Eternal Sunshine Of The Spotless Minds (che ha composto lui). Come tempo facciamo primavera 2017.

“Oh, io ho seriamente voglia di lavorare con te, ma credo tu possa avere qualche pregiudizio musicale contro l’hiphop o nei confronti della gente che fa i beat. Nel senso che io non lo so se per te quello che faccio io sia considerata musica.”

Al che Jon risponde semplicemente che “assolutamente no, è tutto espressione umana, per cui no, non ho alcun pregiudizio. Ma poi lo sai che sul dizionario Webster la musica è definita come ‘suono organizzato’? E che più ci pensi sotto questo aspetto e più diventa meravigliosa?”

Che poi, come sottolinea Michele, Brion aveva già avuto a che fare con l’hiphop quando venne chiamato con forza e contro tutti da Kanye West come co produttore di ‘Late Registration’ (e io ci leggo una infinità umiltà di Mac Miller ma forse sono io che divento sentimentale).

Ecco, ‘Swimming’ è iniziato così. E poi si è sviluppato tutte le volte che Mac Miller e Jon Brion si sono incontrati. Uno per far sentire le cose nuove e decidere quali sarebbero andate su ‘Swimming’ e quali su ‘Circles’, l’altro per riportare il materiale su cui aveva lavorato e andare avanti con i progetti, le idee, la musica.

“Ecco, Mac, questa idea è fantastica, solo che io ci sento il basso che dovrebbe spingere di più.”

“Hai ragione Jon, lo penso anche io ma non so come farlo. Mi aiuti tu?”

Ecco, questo è Mac Miller.

E nel tempo in cui hanno lavorato (tanto) insieme, Mac ha trovato in Jon lo strumento per far suonare la musica come lui l’aveva in testa. Come quella volta che cambiò tutto perché Mac prese il coraggio necessario per far sentire a Jon alcune idee che non erano proprio hiphop ma che hanno acceso Jon come un albero di Natale e tante di quelle cose le ha messe in ‘Circles’.

Che forse è un disco speciale proprio per questo.

Ma torniamo indietro, perché Mac e Jon finiscono ‘Swimming’ e si salutano. Poi il disco esce, Mac Miller parte in tour, poi non torna più da Jon.
Da Jon si presenta la famiglia di Mac, nel Febbraio del 2019, con delle chiavette USB, qualche disco fisso, forse qualche file con delle note vocali.

Era tutto quello che Mac stava preparando per Jon, ma ancora non glielo aveva fatto ascoltare. E lì dentro c’erano la cover di Arthur Lee, c’era ‘Blue World’ e tutte e due erano già belle che pronte.
Poi Jon aveva tutto il materiale che avevano già pressoché sistemato almeno alla buona prima del tour.

Jon decide di portare a termine quel disco, facendo un grandissimo lavoro per preservare l’origine e toccare il meno possibile. Per lasciare intatta la curiosità artistica di un talento come quello di Mac Miller. Per lasciare che i suoi pensieri fossero quelli che lui stesso aveva completato, quelli che già gli piacevano come erano venuti.

E ‘Circles’ funziona alla perfezione perché non è il disco di un artista che viene pubblicato postumo dove chiunque ha aggiunto qualcosa di suo. ‘Circles’ di Mac Miller funziona perché è un disco nato dalla collaborazione di due talenti e come nel vero lavoro di squadra quando un elemento è debole, il lavoro che manca lo fanno gli altri.

Io la storia la chiudo qui. Se non lo hai ancora fatto, qui sotto puoi ascoltare tutto il disco e finisco campionando dalla recensione di Michele la sua frase finale, che trovo l’unica possibile per chiudere un discorso su ‘Circles’ di Mac Miller: “uno dei migliori (e tristi) dischi postumi degli ultimi anni”.

 

Ola Onabule

Ola Onabule 2020

Ola Onabule è uno di quegli artisti che quando incroci tieni con te per sempre.

E non è uno di quelli che fa musica semplice, tutt’altro, però fa musica che ti rimane addosso. Così come le storie che racconta.

All’interno delle sue canzoni puoi marciare per rivendicare il tuo diritto, puoi ballare fino a che non ti fanno male i piedi oppure puoi sederti e ascoltare le vite e i punti di vista di altri. Altri che domani potrebbero anche essere te.

Ecco, la sua forza è quella lì, quella di entrare in empatia. Facendolo con classe. A volte in punta di piedi. Sempre in maniera estremamente elegante.

Ascoltando la sua musica, a partire dal debutto del 1997 (ma prima ci sono state altre uscite, dai un’occhiata a Discogs ad esempio) è lampante realizzare che qualcosa di bellissimo sta per succedere.

E succede con ‘Unchain’

Da lì ci sono altri sette dischi nella strada che si fa per arrivare alla sua ultima uscita, “Point Less”. Su questa strada incrociamo alcune gemme che ancora oggi porto sempre con me come ad esempio questa:

E più avanti nel tempo, c’è un disco che rappresenta una svolta per Ola, “It’s The Peace That Deafens” in cui vengono al pettine alcuni dei nodi della situazione in Nigeria, dove si parla anche di Yoruba ‘Ornumilla’, di Nigeria (nella canzone che intitola l’album) e della storia autobiografica di un padre che vede allontanarsi la figlia dal nido per seguire la propria vita (nella delicatissima ‘The Girl That She Was’).

Una svolta artistica che non rinnega nulla del passato ma pone l’accento sulla parte jazz della mescola artistica di Ola Onabule, portando l’asticella verso una musica più “alta” e più  in evidenza rispetto al passato.

Il suo lavoro più recente è “Point Less”che è sia il seguito del precedente “It’s The Peace That Deafens” che l’attestato di quella svolta di cui leggevi sopra.

Rappresenta, ‘Point Less’,  sia una celebrazione della vita che una presa di coscienza relativa alle forze sociali che la minacciano. I temi diventano ancora più duri.
Nelle storie di ‘Point Less’ ci sono la violenza, l’immigrazione, la xenofobia, il tradimento e la dignità.
Temi che non sono nuovi nelle storie di Ola, ma che qui assumono i toni più diretti possibili e che ci riportano un disco sì triste, ma ottimista. Quanto meno speranzoso nei confronti di un futuro che si possa costruire a partire da questo presente apparentemente inutile, appunto pointless.

Nel disco c’è tutto il soul di un individualista che ha assorbito i suoni della sua giovinezza (nato in Inghilterra, cresciuto in Nigeria e tornato in Gran Bretagna dove adesso vive).

L’autosufficienza pratica è sempre stata il mio mantra per la sopravvivenza nel mondo musicale. Ho sempre sentito che le parti creative della scrittura, della produzione e della registrazione delle canzoni fossero semplicemente fasi diverse di un singolo processo

E questo processo per Ola Onabule si solidifca in “Point Less”. Dentro a quello che non è un concept album, ma comunque un disco con un filo conduttore ci sono le storie nuove.

Ola Onabule: Point Less

Come quella raccontata in ‘The Old Story’: il punto di vista di un uomo che ha commesso un omicidio e che in un certo senso si giustifica ponendosi domande filosofiche sulla società le cui risposte gli conferiscono il potere di decidere sulla vita e sulla morte dei suoi simili nel contesto storico in cui opera.

Che si collega alla canzone che intitola il disco: ‘Point Less’ è la fotografia di come la violenza sia inutile e di come, oggi, spesso la tendenza delle persone sia quella di puntare il dito sulla vittima piuttosto che sul carnefice per quel che riguarda i soliti giudizi colmi di aridità e cattiveria.

Qualche traccia più avanti ci porta a ‘Suru Lere’ che è un posto in cui gli africani di reimpatriati dagli Stati Uniti si stabilivano nel diciannovesimo e ventesimo secolo e viene usata come metafora di un posto in cui governano la pace e la tranquillità sociale. Un canto che esorta i figli della diaspora (di cui si parla anche nel disco precedente) a tornare ad un’ideale Suru Lere abbandonando le aberrazioni e le politiche razziali che li affliggono.

Ancora ci sono riferimenti a “We And They“, il poema di Rudyard Kipling, al razzismo e all’uguaglianza, alla vacuità delle parole di condoglianze e cordoglio quando non sono seguite da azioni concrete (e questa situazione è decisamente universale) o una coppia di canzoni legate dalla storia che raccontano. Una dal punto di vista esterno dell’omicidio di un padre davanti alla figlia e alla moglie e l’altra dalla prospettiva di un cronista, lontano, che racconta il fatto interrogandosi su come il tappeto sociale possa permettere che queste cose accadano.

E alla fine di questa storia c’è ‘Conceive It’. Il nuovo singolo, dove l’ascoltatore diventa attore principale. Gli viene chiesto di immaginare un mondo distopico in cui l’assurdo è la norma. Alla fine si percepisce che il mondo che gli viene chiesto di immaginare è quello in cui abitiamo.

And they’ll conceal it,
Not with loud words, of an enemy, but with gold silence
Of a cold society, hardened to violence
Where to speak of unity only makes no sense.

Open up your eyes and see
It’s already happening.
It’s how things already.


Ecco, questa è solo una piccola finestra su un mondo esageratamente ricco nel quale anche tu sei il benvenuto. Ci vuole solo un po’ di tempo per ascoltare tutto, come si deve fare sempre con le belle storie. Anche quando sono amare, perché in quelle storie alla fine resta sempre almeno uno spiraglio di speranza.

Spotify ha compilato una playlist con le sue tracce essenziali che trovi qui sotto:

Allen Stone

Allen Stone 2020

Allen Stone, classe 1987, canta dal 1990.
All’età di quindici anni viene folgorato da ‘Innervisions’ di Stevie e da lì è solo un crescendo.
Anche di consapevolezza, tanto che sul suo secondo disco, quello omonimo, c’è una perla assoluta che si intitola ‘Unaware’ e che secondo me rappresenta il perfetto punto di ingresso per conoscere meglio la sua musica.
Qui la versione dal vivo registrata in occasione delle Spotify Sessions:

Da lì il ritmo di pubblicazione è di circa un album ogni quattro anni e in mezzo un tour per portare la sua musica direttamente alla gente, rigorosamente indipendente e carico di groove, amore per la storia dalla quale proviene (e parliamo di Stevie, Marvin, Aretha e Donny).

L’anno successivo alla pubblicazione di ‘Allen Stone’ è quel duo di mattacchioni di Macklemore e Ryan Lewis che lo vogliono in ‘The Heist’ per collaborare su ‘Neon Cathedral’

Arriva il 2015 e Allen Stone ci regala ‘Radius’:

Il raggio è quella linea che si estende dal centro del cerchio verso l’esterno, e in molti modi questo album parla di far emergere le cose nel profondo, che si tratti di amore o di insicurezza, gioia, frustrazione per le cose che accadono oggi.

ed esce per Capitol Records, una major che però gli permette di essere sé stesso – che è una cosa difficilissima oggi, anche solo a pensare alle parabole di ottimi artisti indipendenti italiani che sotto il tetto di una major hanno in qualche modo perso quasi completamente il loro fuoco.

E dentro ‘Radius’ c’è la posizione ribaltata di “American Privilege” indirizzata all’America bianca e alla sua posizione di privilegio verso l’America nera, raccontata da un bianco con gli occhi azzurri. E poi c’è anche “Freedom” che parte come un singolo di elettronica e poi incendia tutto con il groove.
La storia, l’eredità e la contemporaneità come in “Guardian Angel” che si avvicina ai colori dell’hiphop:

Poi ‘Perfect World’ viene inserita nella colonna sonora di “Dear Withe People” di Netflix, c’è il tour che questa volta tocca anche l’Italia e in particolare il Biko a Milano.

Sul finire del 2019 è la volta di “Building Balance” che rappresenta una lezione di soul moderno fatta da Allen Stone. Il disco affronta un concetto molto ampio di amore filtrato nel codice di Allen composto di relazioni interpersonali e di rapporti.
Tecnicamente il disco è di quelli che i cvitici bvavi definirebbero “organico” perché registrato con pochissimo aiuto dell’elettronica prediligendo gli strumenti quelli veri ed ha molte frecce da scoccare.

I puristi osservano che essendo bianco non può essere un vero “soul singer”, ma a questo punto riprendo una dichiarazione di Stevie Wonder che è anche presente nella pagina principale di questo sito e che abbrevio così:

If you sing with soul, with feeling, then you are a soul singer. (Stevie Wonder)

Allen Stone – Building Balance

E di soul, di feeling, in “Building Balance” ce n’è in abbondanza.
Se a questo punto hai voglia di cercare i commenti sociali, ne troverai pochi. Allen Stone vive nel presente e il suo presente è fresco di un figlio. Cosa che ammorbidisce l’orizzonte e forse distrae anche un po’ dalla società per seminare in famiglia come cantare l’amore per la moglie, in ‘Sunny Days’ . E non è un male.
Soprattutto se quel che ne deriva è un disco che coniuga in maniera eccellente il talento, la storia della musica black e un atteggiamento da hippy moderno consegnandoci cinquanta minuti di musica ben distanti da un mero e stucchevole revival “soul” o, come preferiamo dire “rinascimento del soul classico”.
Di nuovo centro, per Allen Stone.

Come bonus track la sua versione dal vivo di ‘Is This Love’ e il suo sito ufficiale.

KAYTRANADA-HEADER

Kaytranada 2020

Kaytranada lo scorso 19 Novembre ha pubblicato un tweet. Questo:

Poco meno di un mese più tardi esce ‘Bubba’, il suo secondo lavoro sulla lunga distanza.

Kaytranada è nato ad Haiti ed è poi cresciuto a Montreal, dove ha forgiato il suo suono inconfondibile e terribilmente “cool” tanto da conquistare nel corso di pochissimi anni una manciata di fedelissimi che attendono le sue produzioni con entusiasmo sempre crescente.

Kaytranada è uno di quelli che ti abitua bene, che esce con un disco che si intitola ‘99,9%’  che è un piccolo gioiello e cosparge il tempo che separa il debutto dai nuovi lavori con dei singoli apparentemente slegati tra di loro, ma che – unendo i puntini con il senno di poi – rappresentano perfettamente un percorso.

Il progetto del disco di debutto viene chiuso attraverso la condivisione su Soundcloud di un mixtape che è quello 0,01% che mancava (anche se dura un’ora e mezza) e che puoi ascoltare qui:

L’atmosfera del club più bello del mondo è quella che fa girare i pezzi di Kaytranada e non si accontenta della paccottiglia “mainstream” dei suoni “da discoteca”, quella moderna.

La miscela di soul, funk, house e hiphop è ancora lì, tutta, ma con tantissima consapevolezza in più. Proprio per questo (ed è già accaduto ad Atlanta, con 6lack) il suo secondo disco è migliore del primo.

Aspetta un attimo, però, torniamo al momento in mezzo tra ‘99,9%’ e ‘Bubba’.

‘Dysfunctional’, ‘Nothing Like U’ e ‘Changes’ – i singoli che hanno sospeso il tempo fra i due album, non sono inclusi. ‘Bubba’ è un discorso tutto nuovo.

Kaytranada – Bubba

Un disco che puoi ballare dall’inizio alla fine, senza stancare le orecchie, godendoti di volta in volta i piccoli segreti che scopri quando ascolti lo stesso disco più volte. E trovi tutti i giochi e le finezze che qualcuno ci ha infilato, ma nascondendole un pochino.

‘Bubba’ nasce dal flusso di lavoro abituale per Kaytranada: lui costruisce i beat nel suo studio, concentrandosi solo sulla musica. Poi interpella i suoi contatti (che sono contatti del calibro di Goldlink, Kali Uchis, Anderson .Paak, Pharrell Williams, Tinashe, SiR, Masego, Charlotte Day Wilson) e invia loro il materiale su cui possono lavorare.

Quindi ‘Bubba’ di Kaytranada nasce da collaborazioni in remoto e per stessa ammissione del produttore in un’intervista con Zane Lowe di Beats1: “preferisco lavorare così. Oh lo so che oggi funziona meglio con la presenza, ma io sono un tipo riservato, preferisco stare nel mio e consentire a chi collabora con me di fare altrettanto perché non voglio influenzare me o loro. Sono uno che pensa agli affari propri e voglio continuare a farlo.”

Con il santino di MadLib in tasca, Kaytranada ha lasciato fuori da ‘Bubba’ un altro disco intero. Che forse uscirà come una sorta di “seconda parte” perché ci sono stati dei tempi piuttosto lunghi per quello che riguarda le autorizzazioni sui campioni utilizzati. Oltre a questo la musica che è stata composta negli scorsi due anni era veramente tanta e di qualità eccellente che lo stesso artista ha deciso di conservarla.

Forse possiamo parlare, qui, di “post hiphop” (non è vero, non è “post” nulla, ma lo hanno già classificato così alcuni magazine blasonati per cui mi metto anch’io in fila).
Sicuramente possiamo parlare della sorpresa più eclatante arrivata alla fine del 2019 che ci terrà compagnia per tutto il 2020.

Fra l’altro, “Bubba” è un flusso. Proprio come un album deve essere: coeso, fluido, che si fa ascoltare dall’inizio alla fine come se fosse una passeggiata fra amici. Io non so se questo fa ancora parte di quello che viene chiamato “cultura del club” (o clubbing, termini derivati da un’altra lingua a volte a sproposito), però so che fa quell’effetto lì. Ed è proprio bello.

Qui sotto c’è un video girato nel negozio più bello degli Stati Uniti, Amoeba, dove Kaytranada racconta quello che ha appena comprato, svuotando la borsa e raccontando sé stesso attraverso la musica che ascolta. Uno sguardo interessante che ti fa capire perché ‘Bubba’ è un disco da avere subito e perché Kaytranada è uno dei nomi più interessanti del nostro presente “black”.

Samuel Jack

Samuel Jack 2019

Samuel Jack è il soul pop bianco, è la musica che conta – per le storie che racconta nei testi.

Samuel Jack ha una voce che arriva diretta dal blues (e diciamocelo chiaro che praticamente “la black” nasce proprio tutta da lì e da papà gospel, dai, ma questa è un’altra storia), passa per la Motown e arriva a noi.
Samuel Jack è uno che racconta le storie, e lo fa bene.
Samuel Jack è uno degli artisti da tenere nel radar per il 2020 (a meno che tu non lo abbia già tra i preferiti) per il semplice motivo che quando la musica è così onesta, così diretta e così coinvolgente nella sua semplicità ha diritto di essere ascoltata. Con la certezza che muoverà qualcosa dentro.
E quest’anno esce il suo disco d’esordio.

E, vedrai, una volta premuto play ti conquista. Come ha fatto con noi che lo abbiamo condiviso alla radio, il martedì sera, in Soul (R)Evolution e ancora prima su questo stesso sito, qui.

“Ascolto musica di ogni genere, ma c’è qualcosa nel Blues, nel Soul, nel Gospel che mi entra nelle vene. La storia di tutto, il dolore, il dolore, la gioia, il sesso. E quando quelle emozioni sono trasmesse da una voce che lo significa davvero, sento solo che non può esserci un modo migliore per esprimerti “. (Samuel Jack)

Dice: “Sono cresciuto dai suoni e dal mondo delle canzoni di redenzione” e io l’ho conosciuto con questa:

‘Kill All The Lights’ è uscita nel 2018 e lui scriveva, cantava e viveva in un caravan.
Lì ha scritto la prima manciata di canzoni e le ha fatte ascoltare al mondo. Il suo mondo piccino, indifeso, introspettivo nasce da lì.
E porta con sé un bel pacchetto di battaglie, alcune annegate in un bicchiere e altre che battono forte in testa.

C’è l’impegno sociale, con ‘Refugee’
Dopo ‘Kill All The Lights’ lo avrebbe lasciato, il suo mondo piccino, vincendo una sua grandissima reticenza: vivere a Londra, lontano dalla solitudine, dalla completa indipendenza, a contatto con una città grande, che ti inghiotte e ti nasconde. Ma che ti permette di andare oltre, di superare le paure e i limiti.

Samuel Jack a Los Angeles

Fino a portarti a Los Angeles, dove scrivi nuova musica e metti basi ancora più solide alle tue storie.
E ad un certo punto iniziano ad arrivare anche le canzoni felici, perché i tuoi demoni li hai messi da parte.
Forse hai vinto tu. Anzi, togli il forse.

E da questa vittoria ne arrivano altre.
Una in particolare è quella più importante.
Quella di quando ti rendi conto che non sei più da solo, quella che risuona dentro chiunque abbia la voglia di entrare in una nuova canzone, in una nuova storia, che hai il coraggio di cantare e raccontare, che è quella di molti e che si intitola ‘In My Head’.

Ho lottato con la depressione e l’ansia e sono certo che i miei problemi siano nati attraverso la mia situazione e successivamente hanno influenzato ogni aspetto della mia vita. Le relazioni personali sono state la chiave per uscire e per conquistare la mia positività.


E poi arriva una storia che ha come protagonista il mondo.
Quello che conosciamo oggi, quello della generazione che è il futuro e che può diventare con molta facilità un inno alla vita.

Samuel Jack ogni tanto regala anche qualche cover. Fra le più recenti quella di ‘I Don’t Have To Change’ di John Legend (e qui si capisce qual è il terreno sul quale gioca) che si distanzia dalla sua prima cover, quella di ‘Gangsta Paradise’ arrangiata al piano (!!!).
Oppure un’incursione nel repertorio di Justin Timberlake.

Lui è di Londra, lui è Samuel Jack, lui è uno di quelli da tenere d’occhio nel 2020. E questo è il suo sito internet.

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Let Love Have The Last Word

Let Love Have The Last Word: intro

Let Love Have The Last Word è la seconda raccolta di memorie di Common e per dare a quelle pagine il giusto contesto devo partire dalla storia, dall’inizio.

Quello che abbiamo imparato in anni di ascolto del rap, dalla fine degli anni 70, è che i rapper spesso si vantano di cose che non hanno, di vite che non vivono, di carte di credito che non sono di certo nei loro portafogli.

“Ho una Lincoln Continental e una Cadillac con il tetto apribile, quindi dopo la scuola faccio un tuffo in piscina che è proprio sulla facciata”

È il secondo verso di “Rapper’s Delight”, è la spavalderia eccessiva che viene giustificata perché chi la ostenta è riconosciuto come povero e molto probabilmente lo incontravi a fare la coda per il welfare.

All’inzio il rap non era quello che voleva riflettere la realtà, non era a tutti i costi “keeping it real”, era piuttosto una fuga da quello che Marvin Gaye aveva codificato come “Inner City Blues”.
Davvero non era interessante sapere della vita reale quando ti trovavi immerso in un tappeto di rime che ti proiettavano immediatamente in una regione opulenta e ricchissima.

Come quell’universo che racconta Sucker MC’s, anno 1984, di Run-DMC.

Let Love Have The Last Word: le pagine e le barre

Ne è passato di tempo e ne sono state scritte, dette e cancellate di barre in tutti questi anni. Fino ad oggi quando una delle icone del rap contemporaneo, pieno di soldi fino a provarne schifo, con almeno tre dischi fondamentali per il canone hiphop quali “Can I Borrow A Dollar?”, “Resurrection” e “Like Water For Chocolate” (usciti in un periodo di otto anni) guardandosi allo specchio nell’atelier di uno stilista di Los Angeles decide di dare seguito a un pensiero.

Noi lo immaginiamo glamour, in una posizione di assoluto privilegio, eccolo lì, che si rimira in uno specchio indossando vestiti che possono costare come due nostri stipendi.

E invece lui sta pensando ai suoi errori, a quello che ha sottratto a sua figlia (che glielo ha rinfacciato) e ne fa il cuore pulsante di una raccolta di ricordi, un “memoir”, che mette in ordine il concetto di amore per Common. Anche dell’amore negato, di quello sottratto, di quello vissuto o di quello gettato via.

Un uomo, celebre, ricco, al quale secondo noi non manca nulla, che si ritrae in quello specchio: fallibile, vulnerabile, umano.


Let Love Have The Last Word è una dichiarazione di intenti e una miniera di suggerimenti pratici per renderci conto di cosa sia davvero l’amore. Per renderci conto, se mai ce ne fosse bisogno, che l’amore è un impegno costante sia nei confronti di noi stessi che nei confronti di coloro a cui rivolgiamo amore, che l’amore richiede quotidianamente impegno, dedizione e lavoro.

Che l’amore ha l’ultima parola (come suggerisce il titolo) perché spesso è un posto dove si cede a compromessi con lo scopo di trovare terreno comune fra le persone, che l’amore spesso lo usiamo per giustificarci ma appunto lo usiamo come scusa e non come sprone per uscire dalla nostra zona di conforto e andare altrove, rischiando per le altre persone.

Common è bravo con le parole, sia quelle che appoggia su uno strumentale, sia quelle che infila nelle frasi che compongono questo suo secondo libro. La cui colonna sonora è un disco altrettanto interessante.
Due angolazioni diverse che fanno però convergere lo sguardo sul fatto che puoi amare gli altri solo una volta che ami te stesso e metterci davvero il cuore gioca il ruolo più importante.

Quello che emerge, poi, da “Let Love Have The Last Word”, è la consapevolezza di Common in relazione al fatto che da sempre lui abbia voluto essere un artista e abbia voluto utilizzare la sua arte per generare amore. Il messaggio superiore del libro è semplice da formulare ma terribilmente impegnativo da mettere in pratica: devi riconoscere e affrontare i tuoi problemi emozionali prima di poterli risolvere e sistemare.

Lo racconta attraverso la sua esperienza, gli episodi della sua vita, i suoi rimorsi, le cose che con il senno di poi avrebbe fatto in maniera diversa, attraverso l’acquisizione della capacità di ascoltare gli altri, entrare nel loro terreno, come scritto sopra uscendo dalla propria zona di conforto e dalle proprie sicurezze.

Non è sempre facile sapere cosa fare in nome dell’amore. Common racconta che metà della battaglia sta nell’essere presenti. Che questo si traduca nel visitare un detenuto o semplicemente essere più presenti nella vita di una persona cara. Non è sufficiente fare accademia sull’amore riempiendosi la bocca di concetti da offrire a chiunque ci incontri, è l’azione quella che vale.

In parole e musica, lascia che sia l’amore ad avere l’ultima parola. Let Love Have The Last Word.

 

Hitsville--the-making-of-Motown

Hitsville: the making of Motown

Hitsville: the making of Motown è qualcosa che secondo me tutti dovrebbero vedere.
Magari con qualche suggerimento, qualche piccola accortezza, ma cercando quanto più possibile di godersi il viaggio.

I talenti in campo sono indiscutibili e nei primi tre minuti c’è una quantità indescrivibile di leggenda che sembra di essere alla festa degli Avengers. L’idea di Berry Gordy è incredibile, per quel tempo, e nel documentario che è stato lanciato da Showtime  la si capisce quasi in tutta la sua complessità.

Quel che affiora da Hitsville: the making of Motown è che probabilmente Motown stessa è una congiunzione di un sacco di cose che non si sarebbero potute coagulare se non in quel posto e in quel periodo storico così preciso.

Non poteva nascere se non a Detroit, non poteva nascere se non negli anni 50/60 e non sarebbe stata il mito che oggi si celebra. Per tutta una serie di questioni a capo delle quali troviamo sicuramente l’intuito di Gordy ma anche le dinamiche che hanno caratterizzato la grande migrazione dei neri dal sud degli Stati Uniti verso il nord.

Un’idea che ha le sue radici in un giovane operaio di una catena di montaggio dalla quale mutua l’idea per un ritmo, per un groove che diventerà Reet Petite (sì, l’ha scritta Gordy!), che farà partire il generatore di una bellissima favola.

E dalla fabbrica arrivano anche altre idee, come quella di avere una house band per Hitsville, un gruppo di musicisti che da una parte garantissero presenza e dall’altra un suono ben distinguibilie. Sempre dalla catena di montaggio arriva la severità nel condurre gli affari e la spregiudicatezza di chi non ha nulla da perdere ma sta inseguendo il proprio sogno americano (e un tot di incoscienza, sia ben chiaro).

Hitsville: the making of Motown racconta di un’alchimia che possiamo raccontare soltanto con il senno di poi: quando questi fatti succedono non è possibile nemmeno immaginare la portata devastante che avranno nel futuro. Ed è un’alchimia che non è replicabile. Un diagramma che oggi non è nemmeno possibile disegnare.

Hitsville: the making of Motown racconta le luci di questa storia, perché ci troviamo proprio nella proverbiale situazione in cui chiediamo all’oste se il suo vino sia buono. Tutte le miserie sono sapientemente nascoste sotto i tappeti del museo di Detroit, sotto i lustrini delle Supremes, sotto la celebrazione di Marvin Gaye e la scoperta di filmati inediti di un giovanissimo Stevie Wonder all’Apollo in un’infuocata Fingertips.

Momenti che hanno cambiato più di una vita, un otto volante sospeso fra quelle immagini dell’audizione dei Jackson Five e i ricordi di Jamie Foxx, gli interventi di John Legend e dello stesso Stevie che sono di contorno alla storia di una azienda che mette in rilievo alcuni temi oggi di normale discussione ma nel 1960 assolutamente rivoluzionari.

Come fu rivoluzionario il tour collettivo, il Motortown Revue del quale a un certo punto si dice che

Non si discuteva. Nella stessa stanza c’erano ragazzi bianchi e ragazzi neri, insieme, che ballavano la stessa musica.

Hitsville: the making of Motown racconta di come neri e bianchi potessero lavorare insieme a Detroit, di come le donne potessero ricoprire cariche esecutive dentro una delle aziende più floride d’America, di come un sapiente ecosistema che elaborava e sviluppava persone dal pentagramma alle buone maniere in pubblico potesse lasciare un’impronta indelebile nel mondo.
Compreso il fatto di essere accettati, da neri, anche dalla società bianca in un’unità di intenti e di scopo che sarà solo molti anni dopo la bandiera di un tale Afrika Bambaataa.

Il documentario è un bellissimo gioco, le cui regole sono scritte con il senno di poi, su una delle storie più interessanti della musica (non soltanto black) e della cultura americana. Di quella musica che, volente o nolente, accompagna ancora la storia degli uomini.

Da godere, per due ore, e sui titoli di coda chiedersi di nuovo “What’s Going On?”

Per le ombre, c’è un sacco di letteratura. Ma non rovinatemi la festa, adesso.