Tyler the Creator Igor

Tyler the Creator – IGOR

Tyler the Creator ha distribuito il suo quinto disco.

Lui non è mai stato uno di quelli che ci ha abituati alle strutture classiche delle canzoni, ha sempre scelto altri percorsi, strade diverse per esprimersi.
E, a dirla tutta, non ci è sempre riuscito bene.

Questa volta decide di cambiare – di nuovo – rotta.

Tyler the Creator con Igor sembra vestire i panni del Minotauro che ti spia dentro il suo labirinto. Un labirinto che si trasforma, che muta, che ti accompagna in un viaggio.

La richiesta, legittima e secondo me fondamentale, che ha fatto Tyler the Creator alla viglia della pubblicazione di ‘Igor’ attraverso un post su Instagram è quella di prendere questo disco e non aspettarsi nulla.

Tyler the creator insta post

Accendere, premere PLAY sulla prima traccia, buttare il cellulare, alzare il volume e ascoltare.

Per 40 minuti.

Perché l’idea che sta dietro Igor è quella di sbatterti in faccia un sacco di cose.

‘Are We Still Friends’ chiude il viaggio nella collaborazione con Pharrell e nella scrittura di Tyler a quattro mani con il Rev, Al Green.

Ti anticipo che gli risponderai “certo che sì”.

Poi ci sono gli ospiti fantasma, non accreditati, ma non è possibile non riconoscere Frank Ocean in ‘Running Out Of Time’ che racconta di un momento di addio, di svolta. E come fare a meno di scovare Kanye West in ‘Puppet’ o A$AP Rocky e Santigold in ‘New Magic Wand’, che è la traccia più Tyler vecchia maniera. E che racconta di gelosia nella peggiore accezione del termine?

E poi se Tyler the Creator vuole regalarci una traccia che arriva a lambire il funk lo fa con ‘I Think’

I don’t know where I’m going

But I know what I’m showing

E cita Chiamami Col Tuo Nome di Guadagnino.

Dichiarazione di intenti definitiva per questo lavoro che parte con il tema, ‘Igor’s Theme’ usando qualche colore di Elton John per il piano.

Tyler, the Creator corre grandissimi rischi con questo suo disco: innanzitutto quello di disorientare completamente chi già lo conosce, sicuramente quello di voler vincere ogni pregiudizio “sui rapper” che arriva da coloro che li mal digeriscono questi rapper, altrettanto quello di incuriosire spasmodicamente tutti coloro che dalla musica vogliono essere stupiti, interessati, conquistati.
E non c’è alcun successo certo.

Un disco coeso, ‘Igor’, un’opera d’arte che conquista anche quando ti prende a pugni in faccia come accade in ‘What’s Good’ e nei suoi momenti di filtri e melodie aperte, in un contrasto netto dove in tre minuti e mezzo ci sono elementi a sufficienza per un paio di dischi di altri artisti più hype di Tyler, the Creator (e che appartengono alla trap più banale in circolazione).

Così come in ‘Boy Is A Gun’, irresistibile incrocio di spazio e tempo fra il sample old school e il beat modernissimo che lo sorregge intinto nelle salse del cosiddetto r&b contemporaneo.

In questo 2019 ci sono dischi che spiccano per chi è curioso e vuole qualcosa di più dagli album (e non necessariamente è old school come me): Anderson .Paak, Jamila Woods, Ari Lennox e ora Tyler, the Creator raccontano storie.
Una per ciascuno di noi.

Ci vediamo fra 40 minuti.

1. IGOR’S THEME ft. Kali Uchis

2. EARFQUAKE ft. Charlie Wilson, Devonté Hynes, & Playboi Carti

3. I THINK

4. EXACTLY WHAT YOU RUN FROM YOU END UP CHASING ft. Jerrod Charmichael

5. RUNNING OUT OF TIME ft. Frank Ocean

6. NEW MAGIC WAND ft. A$AP Rocky & Santigold

7. A BOY IS A GUN

8. PUPPET ft. Kanye West

9. WHAT’S GOOD

10. GONE, GONE / THANK YOU ft. Cee-Lo Green

11. I DON’T LOVE YOU ANYMORE

12. ARE WE STILL FRIENDS ft. Pharrel

Jamila Woods header

Jamila Woods ci racconta di un’eredità: è anche la nostra?

Jamila Woods è uscita con il suo secondo disco.
Se sei di fretta ti serve solo sapere che ‘Legacy! Legacy!” è uno dei dischi più belli del mondo (cit.)
Se hai quattro minuti di tempo qui sotto cerco di spiegarti quale secondo me è il motivo.

We don’t go out
Can’t wish us away
We been burning
Brighter everyday
(BALDWIN, JAMILA WOODS, Album: LEGACY, LEGACY!)

Quattordici 05 2019 Soul (R)Evolution Jamila Woods

Sono tredici gli eroi, tutti elencati per nome [uno elencato solo tra parentesi], del secondo album di Jamila Woods.

“Nessuno di noi è libero, ma qualcuno di noi è coraggioso” sono le parole che descrivono meglio l’ambizione, la bellezza e l’empatia di uno dei dischi più belli del mondo, anno 2019.

Dodici nomi, dodici persone (Betty (for Boogie) è il remix della traccia di apertura) che hanno plasmato Jamila Woods, un legame, un’eredità, una continuità bellissima.

Alcuni di questi nomi sono ben noti: Eartha Kitt, Basquiat, Miles (Davis) e poi ci sono anche Nikki Giovanni e Sonia Sanchez, che sono poeti, James Baldwin che è stato un’eminenza della cultura e della coscienza black (suggerisco a te che stai leggendo qui di prendere uno dei suoi scritti e partendo da quello scoprire l’opera di una grandissima penna: qui c’è Gridalo Forte).

C’è Betty (Davis, anche lei come Miles ma non sono parenti), Zora Neale che scrisse “Non saprai mai tutto, io non saprò mai tutto” nel 1928 dentro “How It Feels To Be Colored Me” e c’è Frida (Khalo, ovviamente).
C’è la ribellione di Muddy (Waters) e di quel momento in cui decise, a Chicago, di suonare la chitarra elettrica perché la gente nel locale parlava a voce troppo alta e c’è la letteratura di Sun Ra (sì, la prosa non la musica, questa volta) quella di ‘This Planet Is Doomed”.

L’icona afrofuturistica Octavia Butler occupa un altro dei dodici spazi tangente alla sua trilogia della Xenogenesi dove, per la prima volta, è una donna nera con i dreadlock a sopravvivere alla fine del mondo e ad incontrare gli alieni.

Betty è (anche) Boogie McLarin, insegnante di danza a Chicago e gancio con la house music attraverso la quale sviluppa i suoi workshop che contengono coreografie, storie e tradizioni. E senza di lei, Jamila non avrebbe mai scoperto la musica house. E a lei è dedicata la traccia conclusiva del lavoro che è la versione vestita “da house music” della traccia che lo apre, “Betty”.

Legacy! Legacy! è un disco che si occupa della comunità. Un’eredità di tradizioni, di azioni, di sostanza. Non ci si può aspettare di meno da Jamila Woods che è insegnante, poetessa, attivista per i diritti civili e l’emancipazione. Una persona complessa, così come è complessa la sua forma d’arte.

Ci sono il recupero e l’orgoglio per le radici afro americane e c’è l’affermazione dell’identità femminile – da sempre argomenti che sono il cuore dell’arte di Jamila Woods. Artisticamente si va nel territorio che è stato esplorato da Solange e Moses Sumney insieme alle passeggiate di The Internet. Quello l’orizzonte, la consapevolezza però è qui più diretta, più in superficie.

In estrema sintesi, ‘Legacy! Legacy’ è un’opera che celebra quel passato che ha dato forma al presente. Una celebrazione che fa di grazia ed eleganza le proprie cifre stilistiche.

Ecco, e tutto questo è in un disco, un piccolo pezzo di plastica.
Che rappresenta tredici storie, che racconta una storia nera, che – se ci dovessimo limitare alla musica – è uno di quei momenti che dà dignità a questo fantastico passatempo.
Non solo “musica con un messaggio” ma anche un messaggio scritto in un album che non è la semplice sequenza di canzoni ma piuttosto un discorso, un dialogo, un posto in cui sedersi e fare amicizia. Un posto a cui far ritorno per sperimentare uno dei dischi più belli del mondo (cit.)

Questa la scorciatoia per arrivare prima:

Lapseranza

Lasperanza – Seeds

Lasperanza debutta con un album di cover.

Io non sono uno di coloro che in genere amano le cover.

Io sono uno che si è ricreduto, più di una volta, ascoltando “Seeds”.

Rico Garofalo è il comandante della nave Lasperanza, è un sassofonista ed ha esperienza trentennale nella musica. Fin da adolescente resta attaccato alla radio per ascoltare quello che i più importanti DJ inglesi offrono ai loro ascoltatori e si innamora del soul/jazz.

I semi, “seeds”, appunto, partono da lì, dalla radio. Da quel modo di fare radio che è portare la musica che si reputa più bella e condividerla con chi ti sta regalando il suo tempo. La bella radio, come dico sempre.

E per questo un disco di cover è opportuno, perché queste tracce sono i semi di ciò che Rico oggi è come musicista. Un progetto che nasce là, dentro gli anni 80, e viene custodito fino ad oggi, fino a quando nei suoi Downlight Studio Rico inventa il collettivo Lasperanza e inizia a mettere su nastro quello che oggi regala a noi con il titolo di “Seeds”.

C’è una storia, bellissima, dietro il progetto di Lasperanza.
Qualche anno fa, Rico ha inciso per suo diletto personale la cover di ‘Cannot Live Without Your Love’ di Keni Stevens. Attraverso i social media (a volte internet è una bella cosa!) la canzone è stata suonata e apprezzata in giro da vari dj, tanto da conquistare sia la partecipazione di Keni Stevens a ‘Under The Moon And Over The Sky’ (di Angela Bofil) che chiude l’album di Lasperanza, sia Rico stesso che da quel momento ha iniziato a portare avanti il progetto.

Un progetto che gioca con alcuni classici apparentemente intoccabili (mi riferisco a ‘Give Me The Night’ di George Benson o a ‘Let’s Stay Together’ di Al Green) e riesce nell’intento di rispettarli dando a ciascuno un vestito che è più del lavoro di un ottimo musicista, è il lavoro di un innamorato di quelle canzoni.

Lasperanza tratta bene ogni canzone che veste a nuovo e riesce nell’intento di rendere contemporanei alcuni capisaldi della musica soul/jazz.

C’è ‘Kilimanjaro’ che si aggiudica la fantastica interpretazione di Hannah White e porta Letta Mbulu alla ribalta. Scelta coraggiosa, quasi pazza, per rendere giustizia a un pezzo e a un’artista che forse molti conosceranno a partire da qui.

Di Tyrone Davis ci sarebbe materiale a sufficienza per scriverne un libro. La sua storia è fantastica e merita un cantastorie che le possa rendere merito e giustizia. Che possa raccontare di come l’autista del bluesman Freddie King sia arrivato al numero uno delle classifiche americane. Nel 1979 esce ‘In The Mood’ e nel 2019 Lasperanza con la voce di Dacosta Boyce (artista con il quale Rico ha collaborato anche di recente) diventa una di quelle canzoni che hanno il marchio di fabbrica della Hi Records di Memphis.

Ecco, la ricetta di Lasperanza sta proprio qui: nell’aver un grande rispetto per queste pagine di musica, nell’aver saputo cogliere punti di vista che finora non erano stati sfruttati per queste canzoni (e per inciso sarebbe stato più semplice inserire quei classici da compilation da crociera e spruzzare di cowbell il tutto per avere un sicuro fascino tutto inglese, ma fortunatamente per noi Rico rispetta anche chi lo ascolta).

Questo modo di realizzare le cover è quello che mi piace, che mi appassiona, che non mi fa venire voglia di ascoltare di nuovo gli originali dei pezzi che conosco meglio, che semmai mi fa cercare quali sono le differenze fra le versioni originali e quelle nuove. Il renderle personali e il rispetto fra artisti è una cosa preziosa nell’ambito di un progetto ambizioso come una raccolta di canzoni conosciute di altri, riproposte in un disco di debutto.

La speranza è che Lasperanza sia un progetto di lungo corso, perché se ce ne sono altre dieci, venti, trenta, tutte con questo rispetto, tutte con la medesima cura, tutte con una personalità così contemporanea allora di sicuro io ne voglio ancora.
Perché “Seeds” rende evidente la differenza tra interpretare una canzone per amore e interpretare una canzone per una performance a un talent show.

E sono sicuro anche tu.

Seeds su iTunes a questo indirizzo

e presto (spero) tutto il disco anche su Spotify

Kelly Finnigan SLRVLTN Header

Kelly Finnigan – The Tales People Tell

Kelly Finnigan, per chi bazzica il terreno dove si sta consolidando il rinascimento del soul classico, è noto come anima, tastierista e voce di Monophonics.
Una band che ha mutuato la caratteristica del proprio suono dalla tecnica che utilizza per le registrazioni: alla vecchia maniera, suonando tutti insieme e registrando su un otto piste. Essenziale, ruvido, analogico.
Dai un ascolto a ‘Sound Of Sinning’ del 2015 per approfondire meglio.

Il 26 Aprile scorso, Kelly Finnigan è uscito con il suo primo disco solista, “The Tales People Tell”.
Dieci tracce di soul scritte e seguite dalla nascita fino alla loro realizzazione attraverso un percorso durato due anni.

Kelly Finnigan Vinile

Kelly Finnigan – The Tales People Tell

Dieci tracce che hanno i piedi piantati in quello che è il “rinascimento” del soul classico ma che si sporca con l’R&B e l’Hiphop. Dieci tracce che Kelly realizza (dalla scrittura alla produzione) suonando dieci strumenti e facendosi aiutare in alcuni passaggi da alcuni amici come James Gadson (con Bill Withers, Marvin Gaye e Beck) alla batteria, dagli amici Monophonics e dal padre, quel Mike Finnigan che ha suonato con Jimi Hendrix, Joe Cocker ed Etta James.

Il risultato di ‘The Tales People Tell’ di Kelly Finnigan è uno di quei dischi che apparentemente non ha tempo, che alterna momenti di tenerezza a sprazzi di puro southern soul.
Siamo nel 2019 e gli arrangiamenti sono decisamente più elaborati, si sente, stesi ad enfatizzare i colori vocali di Kelly Finnigan nel migliore dei modi.

Un centro pieno. Un altro bellissimo colpo per l’ottima Colemine Records che continua il suo percorso di etichetta indipendente attenta a quel che si muove per davvero nel suo ambito di interesse (ovvero le sonorità classiche di blues e soul che arrivano oggi dagli Stati Uniti).

“I Called You Back Baby” è uscita come scheggia impazzita da qualche cassetto di Otis Redding, “Can’t Let Him Down” è vicina a Delfonics che ad un certo punto impazziscono e virano verso il Gaye più classico sostenuto dai cori (una meraviglia che a parole non si riesce a descrivere) e chiude splendidamente il lavoro proprio come quelle canzoni che una volta finite ti fanno venire voglia di ricominciare ad ascoltare tutto da capo.

Uno di quei dischi che pur facendo parte innegabile del rinascimento del soul si mostra compatto, formato da dieci tracce che non hanno lasciato posto per riempitivi (e sì, potrebbero essere tutti singoli pur dando al lavoro un corpus unico nel suo sviluppo) ma che si assestano fra le uscite di questo ambito come le pagine tra le migliori del 2019 e forse di tutto il “movimento”.

“Per me me soul, r & b, doo wop e gospel sono tutti collegati e fanno parte della stessa famiglia quindi non è stato affatto difficile (comporre queste canzoni). Sapevo di voler creare un disco soul che mettesse insieme tutti questi stili poiché è la musica che amo di più. Ero consapevole di voler mettere la stessa quantità di “vibe” in ogni canzone in modo che l’ascoltatore potesse sentirlo e assicurandosi che ogni canzone avesse quel detto “vibe” è la cosa più importante per me quando si crea un disco.”

Aspetto non trascurabile, nel lavoro di Kelly Finnigan, è quello di “cantastorie”. Ogni canzone ne racconta una e da qui anche il titolo del disco, immancabile se questo ambito della musica black (anche se “blue-eyed”) ti ha già conquistato con Durand Jones, Ben Pirani, Sharon Jones, Lee Fields e Charles Bradley. O, prima ancora, con Curtis Mayfield, Marvin Gaye e tutto quel soul che è arrivato come evoluzione del Doo-Wop.

Tales People Tell è disponibile su Amazon oppure dal mio negozio online preferito che è HHV a Berlino e che ha sempre disponibili parecchi dischi della Colemine ed è gestito da bella gente.

Jordan Rakei

Jordan Rakei – Origin fuori il 14 giugno

Jordan Rakei lo frequento artisticamente da un po’ di tempo. Quando ancora era agli esordi, scovato per caso girovagando per le immense praterie di Bandcamp.

A ventun anni pubblica ‘Franklin’s Room’, un ep di cui mi colpì ‘Selfish’, la traccia più tradizionale che innestava però quel che poi verrà sviluppato in percorso artistico che sei anni dopo arriva a ‘Origin’.

In mezzo ci sono un altro EP, ‘Groove Curse’, e due album.

Partendo da ‘Cloak’, il primo vero “disco a trentatre giri” di Jordan Rakei e segno importante della commistione con Londra del suono che fino ad allora arrivava dall’Australia (lui nasce in Nuova Zelanda ma all’età di tre anni la famiglia si trasferisce a Brisbane).

E ‘Cloak’ , quando lo ascolti tutto, dall’inizio alla fine, continua su ‘Wildflower’. Il secondo disco. Più bello, secondo me, del precedente anche se più scuro, più introspettivo nei testi che raccontano del viaggio di Jordan Rakei alla volta della grande battaglia contro l’ansia.

Insomma, per farla breve, c’è sempre la mente nelle parole e nei suoni di Jordan Rakei che si sono fatti sì più solari ma anche più ricercati e stratificati con il passare del tempo.
Sicuramente Londra c’entra, tanto, in questa trasformazione, insieme a tutte le collaborazioni sviluppate durante il percorso, che oggi ci porta verso qualcosa di nuovo, qualcos’altro, che è il terzo album.

E ci sono riferimenti agli ascolti di ‘Voodoo’ di D’Angelo, ‘Grace’ di Jeff Buckley e ‘To Pimp A Butterfly’ di Kendrick Lamar. Digeriti, conditi e personalizzati da un artista che sempre più spesso trova la chiave di svolta per non rendere la sua musica simile ad altro o, peggio ancora, noiosa.

Si intitola ‘Origin’, il terzo disco di Jordan Rakei, e uscirà alla metà del mese di Giugno, due anni dopo ‘Wallflower’.

Jordan Rakei Origin

E questa volta il tema è quello del futuro distopico. Un terreno bellissimo per quel che Rakei racconta in musica e ha già anticipato sia con ‘Mind’s Eye’ che con ‘Say Something’.

Ci sono le coordinate di Black Mirror e di Twin Peaks, qualcuno potrebbe riscontrare tracce di Philip Dick. Di certo ci sono alcune condanne.
Come quella all’intelligenza artificiale e ai binari imposti anche al pensiero e a come il pensiero si comunica.

‘Say Something’ arriva da qui, dall’urgenza di parlare per qualcosa in cui credi, suonata con un sentimento più solare rispetto ai precedenti lavori di Jordan Rakei ma ugualmente densa quando si tratta di comprenderne il messaggio.
Se una definizione è necessario trovarla, quella più adatta è “la musica intelligente”, ovvero la musica dotata di capacità intellettive.

Prima del 14 Giugno c’è anche ‘Mind’s Eye’, quella traccia che abbiamo ascoltato alla radio e che parla della tecnologia e di quando smette di funzionare. E se smette di funzionare quando è impiantata nei circuiti neurali del corpo umano può solo trasmettere proiezioni di caos nella mente.

Saranno undici le tracce che comporranno ‘Origin’ e tre le possiamo già ascoltare.

 

Ah ovviamente per ‘Origin’ le prenotazioni sono aperte.

 

Ben Barritt

Ben Barritt – Everybody’s Welcome

Ben Barritt nasce a Londra nel 1984 e di mestiere fa il musicista.
Ha deciso di allontanarsi, nella sua espressione artistica, dalle mode del momento andando a riprendere e fare propri alcuni posti della musica.

Rimanendo coerente, magico e interessante.
Lavorando con Bobby McFerrin si imparano delle cose.
Mettendo base a Berlino (ormai sei anni fa) se ne vivono e imparano altre.
E Ben Barritt le ha imparate, tutte. Poi ha ascoltato, tanto. E scritto, altrettanto.
La sua estetica musicale prende come riferimento icone quali Nick Drake, Steely Dan e Joni Mitchell. Mira in alto, insomma.

Nel 1986 il suo debutto, ‘What Would You Like To Leave Behind’ mi aveva catturato, complice questa traccia che condivido ancora (e ascolto, ancora) con tantissima soddisfazione.

Poi il silenzio e i suoi impegni come musicista a Londra e il lavoro di nuovo meticoloso per un secondo album.
Composto e registrato senza fretta, si sente.
Everybody’s Welcome’ è ragionato, meditato, ponderato.
Ed è un gran disco, di nuovo.

I riferimenti musicali sono quelli di cui sopra, ai quali Ben Barritt aggiunge un quantitativo spropositato di talento come compositore ed esecutore.
I suoni della chitarra acustica sono la spina dorsale del lavoro, vestita a festa da tutti gli altri colori della musica di Banjamin Barritt.

Ascoltare ‘Everybody’s Welcome’ è fare di nuovo amicizia con il moog, con alcune linee funk che arrivano quasi improvvise e sorprendenti, con gli ottoni che discretamente supportano le linee melodiche che sono sì orecchiabili ma sono estremamente sofisticate.
Musicalmente c’è una dinamica magica nel disco. Uno di quei dischi che sono da ascoltare senza sbrindellarne le tracce, che sono concepiti e vanno fruiti come un corpo di lavoro unico nel suo sviluppo.

Vuoi provare la parte “cool” del disco? Allora accedi da ‘Lamplighter’ e ti sembrerà di entrare in un mondo nuovo ma confortevole, di quelli che per fortuna nostra è ancora possibile creare.

I sei minuti di ‘Dark Eye’ sono territorio fertile per il sax: padrone assoluto della traccia.
Ancora, la sosta che profuma di estate di ‘Giant Steps’ è fresca e ristora, nel caos di suoni chiassosi e compressi dei nostri tempi moderni.
La delicatezza acustica di ‘Sing To Me’ è pura espressione cantautorale. Delicata e intensa allo stesso momento rappresenta uno dei momenti più intimi di tutto il lavoro. E fa centro.
Il percorso dell’album accompagna l’ascolto fino all’essenza. Quella della canzone che intitola il secondo album di Ben Barritt, otto minuti di meraviglia che rappresentano la meta di questo breve percorso musicale così prezioso.
Secondo me questo è uno di quei dischi tangenti ai quattro punti cardinali fra i più belli dell’anno, anche se è soltanto quasi finito il mese di Aprile. Scritta così, diretta e fuori dai denti.

‘Everybody’s Welcome’ ha lo stesso effetto di un abbraccio. Di quelli analogici, veri, così umani da far tenerezza in questa nostra epoca digitale che cerca di scaldarsi con le emoticon. Ha la stessa eleganza di una serata in compagnia di un panorama mozzafiato e un ottimo vino, quelle serate fra persone che si intendono, che muovono scambi di emozioni e sensibilità stando bene insieme.

Bentornato, Ben Barritt, e grazie per farci sentire tutti benvenuti.
Anche con quei minuti finali deliziosamente rock che ti fanno venire la voglia di premere di nuovo il tasto PLAY dall’inizio e rifare il viaggio.

Anderson .Paak Ventura

Anderson .Paak – Intorno a Ventura

Parlare a voce alta di Oxnard quando dopo pochi mesi ne esce il seguito, Ventura, può sembrare facile.

Ma non sarebbe stato opportuno farlo prima, solo su supposizioni, sarebbero state piccole speculazioni di cui la musica non si cura, perché di questo se ne curano “i media”.

Di fronte a una sostanziale alzata di scudi che lo hanno definito un capolavoro, secondo alcuni – me compreso – Oxnard non era affatto il disco di Anderson .Paak più riuscito.

Almeno non era riuscito meglio di Malibu. E non ne aveva nemmeno bissato l’interesse, non si era mosso, poteva sembrare un compitino. Ben svolto, ci mancherebbe altro, ma mancava qualcosa. O più di qualcosa.

Oxnard è un disco dritto, quasi esclusivamente hiphop, dove Anderson .Paak si diverte un sacco, ma le regole le ha scritte Dr Dre. E alla fine si sente.

E alla fine emerge.

E diventa ancora più evidente dopo l’ascolto di Ventura.

Ovvio che non si debba mai buttare il bimbo insieme all’acqua sporca e pezzi come ‘Tints’, ‘Trippy’, ‘Smile’ o ‘The Chase’: li teniamo ben stretti fra le pagine più belle del repertorio del piccolo Anderson .Paak, ma dopo Malibu non era affatto sufficiente per definire un passo avanti nel percorso.

Oxnard è stato ben incubato da Apple tutta, a partire da quel pezzo che poi sul disco non ci sarà, ‘Bubblin’, usato per una pubblicità di casa Cupertino e poi nel battage senza precedenti (forse ancora più massiccio di quanto fatto con Scorpion di Drake) su tutti i suoi canali.

Ecco perché Ventura diventa importante, fondamentale, e Oxnard diventa un interludio, un rito di passaggio, una finestra che ci aiuta a comprendere come sia cresciuto Anderson .Paak a livello artistico.

Un diario della sua esperienza “alla corte di Dr Dre”, interessante, ma ci fermiamo a quello.

Ventura ha un respiro diverso, ha un orizzonte che non si conclude, esattamente come Malibu e Venice prima ancora.

Del resto, è lo stesso Anderson Paak che come pubblica Esquire, ha definito così il suo lavoro con Dre:

È stato un processo di apprendimento per lui e con me. Ho dovuto scendere a compromessi su alcune cose e lui ha fatto altrettanto. Stavo imparando molto da lui su Oxnard e questo ha permesso di aprirmi e di essere prodotto e di essere più di un recipeinte.
Da parte sua di certo ha imparato altre cose, come prestare attenzione e assiurarsi che tutte le canzoni fossero giuste e che si poteva fidare nel pubblicare materiale su base regolare. È una cosa interessante.
E quando non capiva, beh, era come se il suo atteggiamento fosse: ‘hey, io sono un rapper, devo fidarmi e credere che sappia quello che sta facendo’. Lo amo per questo.

Dre mi ha lasciato un sacco di margine su Ventura. Tipo che ha capito perfettamente tutto. Ho potuto spiegare le mie ali sulla produzione e sulla scrittura e anche sulle collaborazioni che ci sono in Ventura.

Era tipo, sembra che tu abbia capito. Ho spiegato le mie ali sulla produzione e sulla scrittura e su queste collaborazioni. Di nuovo, molto ambizioso, lavorando anche con delle icone della musica. È stato bello lavorare con Dre.

E poi arriva Ventura, zuppo di anni settanta e sessanta (I colori di Motown, ma anche di band come Delfonics e Stylistics sono presenti a più riprese). Ed è bellissimo, questa volta sì, come le pennellate alla Curtis Mayfield di ‘King James’ (“We’ve been through it all, thought it could be worse.. there’s nothing new or sharp about the cutting edge (…) What about the love? Coming with me, what about the labour? Coming with me”

E poi c’è Sonyae Elise (un ritorno, da Malibu) che aiuta .Paak là dove sembra tingersi tutto di una delle tonalità del porpora di Minneapolis, ‘Chosen One’ sembra uscita da Paisley Park e portata in autostop a Ventura.

‘Make It Better’ è la canzone più bella del mondo (cit., Massimo Oldani) con Smokey Robinson e i due ad omaggiare la Hi Records di Al Green, anzi, ad omaggiare proprio il Reverendo.

Ecco, sono queste cose, questo essere ancorato sì al passato ma con i piedi ben piantati nel presente ad averci fatto amare Anderson .Paak. E se lo avevamo un po’ perso per strada perché Oxnard era più un disco di Dre che suo, con Ventura rimettiamo le cose a posto, in un album che non ha filler, che non ti spinge a usare il tasto skip.

‘Winners Circle’ è neo soul che incontra gli Earth, Wind And Fire a metà strada con Al Jarreau che ha appena salutato Sun-Ra, ed è un’altra delle meraviglie. Così, giusto per dire.

Sono 37 minuti magici, quelli di Ventura, sono quei trentasette minuti che ci sono mancati in Oxnard, sono quelli che andranno in loop per tanto, tanto tempo.

2 Chainz Soul Revolution

2 Chainz – Rap Or Go To The League

2 Chainz è tornato, questa volta ha deciso di fare le cose sul serio e in grande.

Parto dal titolo: “Rap Or Go To The League” ovvero la convinzione diffusa, presso la comunità black americana, che per avere un futuro agiato si debba o diventare un rapper o un giocatore di basket ad alti livelli.

Per la prima abbiamo 2 Chainz, che comunque è stato giocatore di basket, per la seconda abbiamo… 2 Chainz perché la produzione artistica del suo quinto lavoro è ad opera di LeBron James, quel King James cantato da Anderson .Paak e – beh, che te lo dico a fare – star del basket.

Del resto, la copertina (e tutto il merchandise associato al disco) la dice piuttosto chiara:

2 Chainz cover
Insomma, apparentemente abbiamo tutto: la narrazione del riscatto della comunità afro americana, un artista affermato che con la trap ha conquistato un posto di rilievo (il secondo posto di Billboard potrebbe essere sufficiente per questo “status”), un disco esagerato, una serie invidiabile di collaborazioni, la dose sopra le righe di esibizionismo.

Sì, abbiamo tutto, o almeno abbiamo quello che ci interessa e ci appassiona: perché ci sono le rime, vere e crude, ci sono gli scratch (nel 2019!), ci sono i beat prodotti da Pharrell e aiutati da Kendrick Lamar, c’è quest’uomo nato ad Atlanta nel 1977 che ha ancora un sacco di cartucce da sparare.

Più giù c’è la coppia improbabile con Ariana Grande che affianca 2 Chainz in ‘Rule The World’ in uno dei pezzi R&B dell’album e c’è Lil Wayne in una delle tracce che sicuramente faranno la felicità del clubbing di un certo tipo. E ce ne sono un sacco di altri che puoi scoprire qui

Ed è un disco onesto, a quanto pare.

2 Chianz ha tenuto banco per un’oretta in Pull Up con Joe Burden ed ha parlato di tanti dei temi che poi sono la struttura (granitica) di Rap Or Go To The League.

Il rapper di Atlanta è uno dei tanti che ha scelto di entrare nel mondo dell’intrattenimento facendo musica per riuscire a costruire un’alternativa alla vita stereotipata vissuta davanti alle quinte teatrali fatte di criminalità e droga.
Per star fuori dal giro ha iniziato la sua carriera che oggi – lontana anche dalla sobrietà e molto prossima a un egocentrismo portato con naturalezza invidiabile – arriva a una svolta, come ha spiegato lui.

Una situazione familiare complicata ma soprattutto il senso di responsabilità verso tre figli, lontani perché i problemi di coppia a volte non si risolvono, e la voglia di garantire comunque anche a loro un futuro.
Un messaggio a tutta la comunità afro americana: quello di puntare sugli investimenti, come fa lui, diversificando la propria attività, cercando in qualche modo di instaurare un circolo virtuoso che sia sì economicamente sostenibile, ma anche socialmente utile.


Concetti che 2Chainz veicola anche nel video di uno dei pezzi che preferisco, questa ‘Money In The Way’.

2Chianz è su un ascensore, che sale. I titoli di giornale ci fanno sapere che lui “sta comprando la baracca” e intanto scorre la vita afro americana: 1965, 1975, 1985, 1995, 2000, 2010 e su fino ad oggi.
In questa storia ci sono Black Panther, B Boys, droga, armi, abusi di ogni tipo in una sorta di circolo della vita e della morte.

Questa è ‘Money In The Way’ e il campione felice è quello di “Can’t You See What You’re Doing To Me” di The Three Degrees (perché sì, il rap è fatto ancora con i campioni!).

La riscossa, secondo 2 Chainz, passa da qui, studiare e formarsi per poter accedere “alla sublime arte della finanza” e da lì scalare verso il successo o quanto meno verso un lavoro digntoso per sè  e per i propri figli. La black excellence, come la chiama lui, passa da qui.

E da un disco, meraviglioso, come ‘Rap Or Go To The League’.

 

Maverick Sabre Header

Maverick Sabre – When I Wake Up

Maverick Sabre non ci ha consegnato un disco facile.

Ci ha consegnato un terzo album, il primo da indipendente, il primo davvero libero, e forse per questo il più complesso.

When I Wake Up’ è il disco di un artista che ama ancora – e più di ogni altra cosa – proporre musica che non sia omologabile, ma questa volta la marea lambisce più le spiagge di un’estetica black contemporanea rispetto ai lidi delle barre arrivando anche a guardare da lontano il “mondo alternative” in alcune soluzioni di suono.

Maverick Sabre PresshotResta lui, ammaliante come sempre: Mavercik Sabre ha sempre accompagnato sui confini chi lo ascolta, questa volta lo fa divertendosi di più. Tanto di più.

I temi di cui tratta sono semplicemente spinosi: si va dalla fede nell’apertura spiazzante di ‘Preach’ alla politica di ‘Guns In The Distance’ che riporta le trame hiphop, anche se distanti.

Diventa poi nel suo errare artistico quasi reggae con Jorja Smith in “Slow Down” prima di entrare in una “Drifting” che sembra tanto prendersi con arroganza il posto nelle playlist di chi prende i mezzi la mattina per recarsi al lavoro/scuola/ovunque. E che parla di tante storie irlandesi non raccontate. Storie in cui si perde il controllo, involontariamente, lasciando che il nostro destino sia affidato a qualcos’altro.

Maverick Sabre: le storie di When I Wake Up

Il disco ha una narrazione che lo tiene insieme: ‘When I Wake Up” racconta delle nostre azioni e delle nostre parole e delle conseguenze che si generano all’interno di una comunità.

Ci sono gli emarginati e i meno abbienti nelle foto di “When I Wake Up”. E sono maledettamente a fuoco.

Come per ‘Big Smoke’ dove “un altro giovane è stato pugnalato sul marciapiede, poi un altro giovane non è mai arrivato alla stazione”. Scene di vita quotidiana, purtroppo.

E’ il tono di Maverick Sabre a portare la solidarietà e l’empatia a  questi personaggi così maledettamente quotidiani e reali che non possono lasciare indifferenti chi ascolta le loro storie.

E siccome sono tutte storie diverse, non si cerchi in “When I Wake Up” un solo stile musicale, non sarebbe un disco di Maverick Sabre.

“When I Wake Up” è sia una parola rassicurante, un conforto, che un grido di battaglia per questi tempi difficili. Un dito puntato verso coloro che hanno torto e un abbraccio per coloro che sono smarriti.

E diventa importante quando si concentra in verticale sulle piccole cose, nei momenti delle storie più luminose come ‘A Mile Away’, una semplice canzone d’amore. Lì in mezzo, come a volerci dire che comunque il bello è intorno a noi e ci basta cercarlo.

Maverick Sabre: a proposito del disco

Maverick Sabre Cover

Questo album è probabilmente il mio disco più personale, è un riflesso della musica che voglio realizzare senza un programma se non quello di pubblicare musica di cui sono appassionato, orgoglioso e che espirme i messaggi e le sensazioni da cui sono ispirato.

Ho passato gli ultimi due anni a creare un lavoro che raccolga argomenti importanti in assoluto e per me, e con ogni traccia voglio raccontare un significato.

Dalla copertina alla grafica voglio raccontare storie incalcolabili del mondo che mi circonda e quello che succede nella mia testa, tutto ciò che faccio è sempre stato quello di connettermi con le persone e la musica rappresenta la varietà di emozioni che raccolgo.

Sono incredibilmente fiero di questo album!

E anche noi possiamo essere fieri di intercettare artisti che nell’era “del singolo” e “dello streaming” pongono sè stessi e la loro arte nella condizione di chiedere a chi li ascolta l’attenzione che meritano. Per un tempo più lungo, con una concentrazione che non è quella del multi tasking, che è propria e dovuta a chi si espone pubblicamente e cerca di suonare qualcuna delle corde dentro chi “sente” questa musica e non si limita ad “ascoltarla”.

Molto ben fatto, mr Sabre, molto ben fatto.

Grazie, Maverick.

FLEVANS

Flevans – Gli appunti di Soul (R)Evolution

Flevans è un poli strumentista e anche DJ e producer.

All’inizio del suo percorso artistico è stato inserito nel roster di Tru Thoughts e da lì ha iniziato ad affacciarsi al mondo musicale come attore principale.

Il suo amore per i suoni classici soul e funk, unito alla propensione per le melodie solari e alla diffusione delle “good vibes” hanno fatto il resto.

Quattro album, il più recente si intitola ‘Part Time Millionaire’ ed è un viaggio tra musica da ballare, atmosfere soul e freschezza.

Anticipato da tre singoli arriva alla pubblicazione completa per Jalapeno Records già casa di grandi nomi quali – fra tutti – Ephemerals, una band da tenere sotto stretta sorveglianza oltre al pregiato duo Smoove And Turrell e Lady Gizelle Smith.

Flevans – Part Time Millionaire

“Il titolo del disco” – scrive lo stesso Flevans – “è il riflesso di dove mi trovo in questo momento. Mi sono divertito a scrivere questo album mentre mi impegnavo ad essere il miglior papà possibile per i miei due figli ed entrambe queste cose mi rendono incredibilmente felice”.

E si sente: “Part Time Millionaire” è pervaso di serenità e di sole, sia quando fa ballare con ‘Invisible’ o ‘Who’s Got Me’, entrambe aiutate dalla voce di Laura Vane, sia quando diventa più dolce con la mirabolante ’15,000 Words’ cantata da Elliott Cole (già con Lack Of Afro).

La cover di ‘Ex-Factor’, canzone sempre definita intoccabile, è perfettamente a fuoco e il saluto a Miss Lauryn Hill è un’altra bella pagina di ‘Part Time Millionaire’.

“Il titolo l’ho pensato in modo che rifletta quanto poco tempo abbiamo per fare tutte le cose che vogliamo, ma anche quante cose positive possiamo ottenere”, continua Flevans, “Cerco sempre di lavorare a un album in modo che possa accompagnare l’ascoltatore in un viaggio e spero che si possa divertire dall’inizio alla fine”.

Lo scopo di Flevans è raggiunto in pieno: ci sono anche Izo FitzRoy (in ‘Some Day’) e Sarah Scott che ritroviamo anche nei precedenti lavori di Flevans per ‘It Just Goes’. 

Un equilibrio sottile e perfetto che ci consegna quaranta minuti di benessere.

A dimostrazione del fatto che non è necessario, nel 2019, essere all’avanguardia per risultare godibili e nuovi, ma ci vuole quella chiave dorata che ti consente di fare musica per bene, musica che possa relazionarsi con te quando la ascolti.

Andare avanti senza dimenticare tutto quello che abbiamo lasciato dietro in un percorso che non si ferma ma continua. Anche in compagnia di ‘Part Time Millionaire’ di Flevans, perché questo tratto di strada insieme è irrinunciabile.