Hitsville--the-making-of-Motown

Hitsville: the making of Motown è qualcosa che secondo me tutti dovrebbero vedere.
Magari con qualche suggerimento, qualche piccola accortezza, ma cercando quanto più possibile di godersi il viaggio.

I talenti in campo sono indiscutibili e nei primi tre minuti c’è una quantità indescrivibile di leggenda che sembra di essere alla festa degli Avengers. L’idea di Berry Gordy è incredibile, per quel tempo, e nel documentario che è stato lanciato da Showtime  la si capisce quasi in tutta la sua complessità.

Quel che affiora da Hitsville: the making of Motown è che probabilmente Motown stessa è una congiunzione di un sacco di cose che non si sarebbero potute coagulare se non in quel posto e in quel periodo storico così preciso.

Non poteva nascere se non a Detroit, non poteva nascere se non negli anni 50/60 e non sarebbe stata il mito che oggi si celebra. Per tutta una serie di questioni a capo delle quali troviamo sicuramente l’intuito di Gordy ma anche le dinamiche che hanno caratterizzato la grande migrazione dei neri dal sud degli Stati Uniti verso il nord.

Un’idea che ha le sue radici in un giovane operaio di una catena di montaggio dalla quale mutua l’idea per un ritmo, per un groove che diventerà Reet Petite (sì, l’ha scritta Gordy!), che farà partire il generatore di una bellissima favola.

E dalla fabbrica arrivano anche altre idee, come quella di avere una house band per Hitsville, un gruppo di musicisti che da una parte garantissero presenza e dall’altra un suono ben distinguibilie. Sempre dalla catena di montaggio arriva la severità nel condurre gli affari e la spregiudicatezza di chi non ha nulla da perdere ma sta inseguendo il proprio sogno americano (e un tot di incoscienza, sia ben chiaro).

Hitsville: the making of Motown racconta di un’alchimia che possiamo raccontare soltanto con il senno di poi: quando questi fatti succedono non è possibile nemmeno immaginare la portata devastante che avranno nel futuro. Ed è un’alchimia che non è replicabile. Un diagramma che oggi non è nemmeno possibile disegnare.

Hitsville: the making of Motown racconta le luci di questa storia, perché ci troviamo proprio nella proverbiale situazione in cui chiediamo all’oste se il suo vino sia buono. Tutte le miserie sono sapientemente nascoste sotto i tappeti del museo di Detroit, sotto i lustrini delle Supremes, sotto la celebrazione di Marvin Gaye e la scoperta di filmati inediti di un giovanissimo Stevie Wonder all’Apollo in un’infuocata Fingertips.

Momenti che hanno cambiato più di una vita, un otto volante sospeso fra quelle immagini dell’audizione dei Jackson Five e i ricordi di Jamie Foxx, gli interventi di John Legend e dello stesso Stevie che sono di contorno alla storia di una azienda che mette in rilievo alcuni temi oggi di normale discussione ma nel 1960 assolutamente rivoluzionari.

Come fu rivoluzionario il tour collettivo, il Motortown Revue del quale a un certo punto si dice che

Non si discuteva. Nella stessa stanza c’erano ragazzi bianchi e ragazzi neri, insieme, che ballavano la stessa musica.

Hitsville: the making of Motown racconta di come neri e bianchi potessero lavorare insieme a Detroit, di come le donne potessero ricoprire cariche esecutive dentro una delle aziende più floride d’America, di come un sapiente ecosistema che elaborava e sviluppava persone dal pentagramma alle buone maniere in pubblico potesse lasciare un’impronta indelebile nel mondo.
Compreso il fatto di essere accettati, da neri, anche dalla società bianca in un’unità di intenti e di scopo che sarà solo molti anni dopo la bandiera di un tale Afrika Bambaataa.

Il documentario è un bellissimo gioco, le cui regole sono scritte con il senno di poi, su una delle storie più interessanti della musica (non soltanto black) e della cultura americana. Di quella musica che, volente o nolente, accompagna ancora la storia degli uomini.

Da godere, per due ore, e sui titoli di coda chiedersi di nuovo “What’s Going On?”

Per le ombre, c’è un sacco di letteratura. Ma non rovinatemi la festa, adesso.

Quiet Storm - today

Quiet Storm. Forse un genere musicale o forse qualcosa in più. Sicuramente un concetto musicale, una prospettiva che è parte dei nostri ascolti da un sacco di tempo.
Per fare qualche esempio, Quiet Storm è quel modo di intendere la musica che è nato nel 1976, in estate, da Melvin Lindsey.

Nemmeno su Wikipedia in italiano se ne trova menzione. Ma la versione inglese riporta:

Quiet storm is a radio format and genre of contemporary R&B, performed in a smooth, romantic, jazz-influenced style. It was named after the title song on Smokey Robinson’s 1975 album A Quiet Storm.

Melvin lavorava a WHUR, un’emittente radiofonica di Washington, e proprio in quel periodo giocava come sostituto. Non era infatti una delle voci più presenti alla radio e forse proprio per questo non aveva quello stile – abbastanza impostato ai tempi – dei suoi colleghi più in vista.
Però passava le canzoni di Phyllis Hyman, Jean Carne e Norman Connors. Quella pasta lì, insomma.
E poi c’era un disco, che in America decisero dovesse essere il rappresentante di tutto quel suono.

A Quiet Storm di Smokey Robinson. Una storia che ho raccontato qualche tempo fa e che se hai voglia di leggere trovi qui.

Se guardiamo alle radio mainstream di oggi questa ricetta è stata completamente abbandonata. Tutto gira intorno a 20 canzoni che “rendono felici”, si è persa la voglia di star dietro a pezzi più lenti, “emozionali” come dicono alcuni, in favore di un “è tutto bello, va tutto bene” che stride sempre più con le emozioni di chi ascolta.

E questa distanza della radio dalle persone si fa sentire, ogni volta, sempre più forte. E questa distanza aumenta sempre, soprattutto d’estate, quando la sintonia vagabonda per la banda e non trova pace tra ritmi “felici” e messaggi Whatsapp.

Quiet Storm – cercarlo oggi

Difficile oggi ritrovare la voce di Luther Vandross, qualcosa dal disco di debutto (imprescindibile) di Sade, tracce prese da ‘Voodoo’ di D’Angelo, qualche episodio di ‘Midnight Love’ di Marvin Gaye. Così come si perdono le tracce di ‘Baduizm’ di Erykah Badu o di ‘Between The Sheets’ di The Isley Brothers oppure di altri dischi imprescindibili come ‘Maxwell’s Urban Hang Suite’ o ‘Rapture’ di Anita Baker.
A meno che tu non sia affezionato a Vibe con Massimo Oldani, ma a quel punto stai già giocando in casa. E fai solo bene.

Quiet Storm – dov’è, oggi?

Sono passati un sacco di anni, dal 1976.

Sicuramente nessuno è capace di farci tornare esattamente là, sicuramente la storia è cambiata così come sono cambiate le nostre abitudini.
Ma il Quiet Storm è sempre stato lì, ci ha accompagnati, ci ha tenuto la mano. Soprattutto quando non ci interessava ballare, quando non ci interessava divertirci per forza, quando avevamo la necessità semplice di un abbraccio.
 Sarebbe bellissimo, oggi, poter tornare indietro, poter avere di nuovo i nostri vent’anni, poter scaricare tutto quello che è più complicato adesso e andare ancora là. Facciamocene una ragione: non è possibile. E vivere ancorati soltanto al passato è una cosa che non si fa, anche se è facile, perché si diventa vecchi tromboni che suonano sempre la stessa canzone. Quella che ha per titolo “Ai miei tempi era meglio”.

Abbiamo un presente bellissimo, moderno, al passo con i tempi e con i nostri tempi, quelli che abbiamo – nel bene e nel male – contribuito a costruire.
E i nostri tempi ne propongono ancora un sacco, di Quiet Storm, anche se molti di quegli artisti hanno cambiato un po’ vestito, anche se molti di quei nomi adesso non ci sono più. La loro eredità continua, oggi, ed è bellissima.

Certo, è diversa. Ma guardati allo specchio: non sei diverso anche tu?
Eccolo, allora, il Quiet Storm di oggi. Quello contemporaneo, quello che ti porta nello stesso mondo, quello che è presente là dove la radio torna ad essere la radio e dove le playlist non te le compila un algoritmo ma – come ai vecchi tempi – appassionati di quella stessa musica che però non premono sul pulsante della nostalgia perché vivono nel presente.

Quiet Storm, cassettina 2019

Il viaggio è lungo e c’è ancora tanta strada da fare: come dico sempre è bello ascoltare la musica di oggi, senza dimenticare la tradizione ma trattando il passato per quello che è: ricordarlo, ricordarsene, trarre insegnamenti. Che ci piaccia o no non ci appartiene più, e questo è un dato di fatto.
 Oggi questo è il suono del Quiet Storm. Ed è bellissimo.
Qualche esempio lo trovi in una sorta di “cassettina” che ho preparato su Spotify.

Fuori algoritmo, come al solito.

Black Pumas

Black Pumas è il nome di una band, è il titolo di un disco, è quella cosa della quale nel 2019 non potrai fare a meno.

Eric Burton suonava come artista di strada ad Austin e un giorno alcuni amici fanno in modo che lui e Adrian Quesada si incontrino.

Quesada è una sorta di genio della musica, un tizio che ti fa sembrare suonare la chitarra naturale tanto quanto passeggiare.

Quesada conosceva già Burton, lo aveva sentito cantare in un messaggio vocale al telefono, probabilmente inviatogli da un amico che passava dalle strade di Austin.

Da quel giorno i due iniziarono a lavorare al loro suono, quello che li rappresentava meglio, quello che li avrebbe portati come mezzo di distrazione in ciò che qualcuno ancora chiama “retro soul”.
Il contesto musicale che li accomuna maggiormente, nelle loro ispirazioni, è l’ hiphop della East Coast, quello degli anni 90.

E a quel punto, Houston, abbiamo un problema. Serissimo.

Nascono così Black Pumas, ci piace anche pensare che al di là dall’aver consumato i dischi del Wu Tang Clan i due abbiano scelto un nome che potesse ricordare in qualche modo anche le Black Panther. Ma si sa, sono le voci della strada e gli interessati non hanno confermato.

Il loro nome inizia a girare, sulla rete e forse anche alla vecchia maniera fino a giungere a New York, sulle scrivanie della According To Our Records. La ATO, quell’etichetta lì.

Black Pumas e ATO records

Dave Matthews (il signor ATO Records, per intenderci) passa da quella scrivania, pesca la chiavetta USB, la porta in ufficio. In quello stesso ufficio dove negli anni sono passati a firmare contratti Alabama Shakes e Benjamin Booker e Allen Stone per intenderci. Quello stesso ufficio che di musica indipendente ne sa qualcosa.

Una seconda versione racconta che ad arrivare sulla scrivania di Dave Matthews fosse una copia del 7 pollici edito da Karma Chief Records. Scegli quella che ti piace di più.

D’altra parte Black Pumas avevano già avuto l’onore di firmare, per una sub etichetta chiamata Karma Chief Records, sotto l’egida di Colemine Records (oh, sì, ancora e sempre loro, quelli di Durand Jones, Ben Pirani e Kelly Finnigan e Dio sa ancora quanti altri ne arriveranno!).

‘Black Moon Rising’ uscì per l’etichetta dell’Ohio, su un 7 pollici, con dietro ‘Fire’. Entrambe tenute strette e incluse nell’album di debutto che è stato co editato da Colemine con ATO perché nella musica soul spesso succede che si condivida e questo è uno degli esempi più belli degli ultimi anni.

Black Pumas – l’album

Ah, già, ma stavo dimenticando che forse sei passato di qui per sapere cosa ne penso, di questo disco e magari per avere delle scorciatoie per ascoltarlo direttamente se sei così matto da fidarti di quel che metto su questo blog.

Io quando ho sentito il disco ho pensato che era giunto il momento in cui Steve Winwood avesse deciso di mettere in piedi una band di soul. Poi però forse ci sono dei colori che ha usato Ray Charles e allora si complica tutto.

Perché in questo disco i confini si strappano e diventa più interessante per me raccontare la storia che c’è dietro, la ragione per cui quei confini si strappano. La storia di cui il disco è perfetta colonna sonora. Senza riempitivi, senza l’arroganza di volerti tenere lì per 40 minuti dove solo una decina sono quelli buoni.

A dimostrazione del fatto che la musica buona non ha smesso di uscire nel 1985 o – ancora peggio – nel 1967, che non è tutto finito dopo Otis Redding, che c’è qualcosa di speciale che si muove tra i confini di soul, funk, RnB e hiphop e arriva da artisti giovani, le cui influenze arrivano da lontano come spazio e come tempo (lontane nel tempo anche da Otis, dalla Stax, da Curtis, da Aretha e dalla Motown), ma per fortuna oggi sono qui a raccontarcelo.

Black Pumas, facile da ricordare, impossibile da dimenticare.

Ascoltalo qui:

The Heavy

The Heavy è il nome di un quartetto inglese.
Una band che nel 2019 pubblica il suo quinto album per confermare un’identità che oggi stava per mancarci.
Attraverso lo spunto offerto da Lee Moses ho cercato di tracciare la linea che unisce il rock e il soul, ma il modo più efficace per spiegare il concetto è ascoltarlo nella musica.

‘Sons’ di The Heavy rappresenta proprio questo.

La felice unione fra soul, funk, chitarre garage, pezzi diretti come pugni in faccia, le spezie di certa musica western e una coesione micidiale.

Arrivano da Bath e con questo quinto disco si possono prendere il lusso di mettere i puntini sulle i. O, meglio, di uscire con un album che è la playlist della loro essenza.

Tutto è al proprio posto: l’attitudine del suono dal vivo, catturato alla vecchia maniera invece che da computer e plug in, la presenza palpabile di Memphis e anche quella del rock americano, l’energia di Kelvin Swalby che risulta essere un frontman saldissimo anche in studio (restituendo la sua versione degli insegnamenti presi sia a Marvin Gaye che a Edwin Starr) e la potenza della band ben rodata.

“Heavy For You” apre le ostilità e lascia senza fiato. Da qui è un ottovolante bellissimo all’interno della personalità artistica di The Heavy attraverso quello che sanno fare meglio: colpirci con le canzoni architettate magistralmente per lasciare il segno.

Tipo così:

Le fa coppia, più avanti, “Fighting For The Same Thing”, altra mina collocata appositamente per irretirci nella bolla di “Sons” che imprigiona anche ‘Better As One’ nata a causa degli eventi di Charlottesville nel 2017.

In tutto questo si sente anche un groove suonato con un bicchiere, è “Put The Hurt On Me” che apre la seconda parte del disco.

C’è anche spazio per “Simple Things” che sembra essere addirittura una parodia in chiave The Heavy di un pezzo degli Shalamar. Questa anticipa la traccia che più si avvicina a un universo glam rock, “A Whole Lot Of Love”.

The Heavy è una bestia fragile, ma è una bestia fragile che capiamo tutti e quattro. La band ha sempre avuto a che fare con la parte migliore delle nostre influenze ed è riuscita a farle funzionare insieme. Siamo diventati con il tempo alchimisti capendo quello di cui abbiamo bisogno. Tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni sembra averci portati qui. (Kelvin Swalby)

L’energia di “Sons” è quella che sta mancando da qualche uscita a questa parte a un altro gruppo che è nel mio radar da qualche anno e fortunatamente qui invece non accenna a diminuire o a nascondersi.
Il soul incontra il rock, incendia con il funk e diventa la miscela esplosiva di The Heavy.

Il segreto di ‘Sons’ è racchiuso in un semplice teorema: chi li ha amati prima, continuerà a farlo; chi non li conosceva può iniziare da qui e poi andare a ritroso per altre dosi di energia.

Tipo questa.

Mica male, no?

Schegge di musica, quella bella, che non conosce i confini dei generi e che per questo ci conquista sempre.

Lee Moses

Lee Moses è un nome che non spendiamo spesso quando parliamo di “storia della musica black”.
E secondo me facciamo molto male.
La sua storia è quella di tanti, tantissimi, talenti rimasti ingiustamente nell’ombra che è necessario rivalutare.

E non perché il chitarrista dei The Black Keys lo citi fra le sue influenze, ma perché la sua musica conta tantissimo e ci rivela alcuni “segreti” di quello che ascoltiamo anche oggi (con il “senno di poi” è vincere facile, lo devo ammettere).

Lee Moses è di Atlanta e negli anni ’50 ha fondato la sua prima band, The Showstoppers, che riscosse un ottimo riscontro a livello locale. Proprio durante uno dei loro concerti intorno alla metà degli anni sessanta, il contatto con un produttore lo portò a lavorare come chitarrista con un certo Jimi Hendrix a New York.

Da cosa nasce cosa, compresa l’amicizia con l’eroe della chitarra per antonomasia, e si arriva alla pubblicazione dei primi titoli per Lee Moses come solista, visto che ha una buonissima voce, (nel 1967) fino a un album, l’unico, del 1971.

In questo disco che si intitola ‘Time And Place‘ suonano anche alcuni membri degli Ohio Players e il disco contiene un “saluto” a Jimi Hendrix, la popolare ‘Hey Joe’ resa immortale dal chitarrista per la sua cover infuocata.

Abbiamo alcuni collegamenti, qui.
Innanzitutto quello che il “deep soul” abbia più di un elemento in comune con il rock.
Poi che Jimi Hendrix è comunque stato un’influenza del soul come lo conosciamo oggi.
E ancora che ‘Hey Joe’ è stata sì un pezzo “rock” (del resto se ne fanno una cover anche i Deep Purple non ci possiamo aspettare un vestito che non sia rock), ma anche “soul” tanto che ne esiste anche una versione di Wilson Pickett, per dire.

In “Time And Place” Lee Moses gioca anche con le radici del garage rock e della psichedelia applicata al soul  uscendone con un disco che rappresenta, per noi oggi, il suono di una metafora.
Quella di un gospel secolare condotto da un pastore che è innamorato del funk.
In sostanza, molto tempo dopo, quello che muove le corde in band come Vintage Trouble e The Heavy giusto per nominarne soltanto due.

Prima e dopo “Time And Place” ci sono altre registrazioni di Lee Moses, che oggi vedono la luce in una compilation che si intitola “How Longer Must I Wait” che riporta l’attenzione su un artista ingiustamente poco noto e poco apprezzato.

Ora tutta la produzione discografica di Lee Moses è alla nostra portata. Sia quel che è stato prima dell’album (e quindi le cover di ‘My Adorable One’ di Joe Simon o le versioni solo strumentali di ‘Reach Out I’ll Be There’ di The Four Tops e ancora ‘Day Tripper’ dei Beatles) sia dopo con la sua versione di una delle mie canzoni preferite di sempre, ‘Dark End Of The Street’.

Insieme a tutto questo anche il suo singolo più fortunato, quella ‘Bad Girl’ che suona così:

 

Lee Moses – gradi di separazione (coda)

Ecco, questi sono soltanto alcuni dei motivi per i quali Lee Moses merita il tuo tempo, per ascoltarlo. Poi potrà anche non essere nelle tue corde, non entrare nel novero dei tuoi preferiti, ma sicuramente resterà uno dei pilastri per i quali oggi ascolti la musica black.

Perché consapevole o meno, un sacco di cose passano dal Deep Soul e per quello che riguarda le periferie di questa espressione sicuramente Atlanta rientra nei posti che frequenti di più. Anche se non lo sai (oh, sì, la stessa Atlanta dell’hiphop e dell’ rnb contemporaneo di – per dire- 6lack).

A volte sono divertenti i gradi di separazione. A questo punto li hai contati: Jimi Hendrix – Lee Moses – Atlanta – 6Lack.
Quanto tempo in mezzo e quanta musica. Bellissima.

Ari Lennox Header

Ari Lennox tre anni dopo aver firmato con la Dreamsville di J. Cole ci regala l’album di debutto.

“Shea Butter Baby” ai primi ascolti è ‘semplicemente’ un trionfo di moderna contemporaneità sposata a una sensibilità di vecchia scuola che mette d’accordo un sacco di persone che bazzicano gli ascolti della nuova musica black.

Se sei a digiuno e vuoi – pigramente – adagiarti sulla risposta alla classica domanda: “ma suona come? Giusto per avere un’idea…” è certo che ti ritroverai dalle parti di Erykah Badu e di India Arie prima maniera, insomma in pieno anni 90. Ma è comunque una risposta parziale.

Se te la devo dire tutta, “Shea Butter Baby” ha lo stesso profumo che arriva dalla cucina quando torni da scuola. E sotto ha un messaggio necessario dedicato in primis a tutte le donne (nere, ovvio!) che semplicemente vogliono essere sè stesse senza chiedere il permesso a nessuno per esserlo. Un disco che parla di emancipazione attraverso la lente di testi scritti da un punto di vista da millenial quale Ari è.

Ari Lennox campiona Lana Del Rey nella traccia che dà il titolo a tutto il lavoro (anticipata nella colonna sonora di Creed II) e che profuma di burro di karitè che la “lei” lascia sul “lui” nel reciproco inno al desiderio che si risolve nella danza della seduzione.

E poi c’è “New Apartment”.

Già, perché “New Apartment” racchiude tutto il senso dell’album: la libertà, la conquista di un posto che è solo per se stessi, un luogo che viene sistemato con attenzione maniacale e che rappresenta esattamente chi lo vive. Salvo poi rendersi conto che sì, va tutto bene, ma è… comunque vuoto, privo di quell’energia che viene dai dialoghi, dalle risate, dalla complicità con gli altri.
C’è il campione jazz, qui, come se fosse proprio il disco di Hubert Laws del 1979 a suonare mentre Ari ci racconta i suoi pensieri, il suo rito di passaggio, come se fosse questo il vinile che suona nel nuovo appartamento.

Lo stile di Ari Lennox è qualcosa di unico. Lei scrive e interpreta in maniera diretta. Apparentemente è senza filtri, diretta e brutale. Qui sta la bellezza del disco: un disco naturale che non usa artifici per farsi piacere ma conquista con il tempo, con gli ascolti ripetuti ed entra sotto pelle.

Lo sappiamo, il territorio in cui si muove più a suo agio l’RnB è quello delle relazioni che sono il soggetto più raccontato in musica. Ed è disarmante ascoltarlo in ‘I Been’, dove Ari è più vulnerabile che mai, come nella coda finale sul sax, parlata:

But, hey, that’s life
And please don’t be in a situation where that person’s tearing you down mentally, emotionally, physically, y-
We’ve heard it a million times, I think emotional abuse is way worse than physical, sometimes
Cause that just fucks up your whole mind
You could develop whole disorders like that
Whole disorders

Quello che conquista, di tutto il disco, è l’autenticità. ‘Shea Butter Baby’ è un disco onesto nel bene e nel male. È  l’ingresso privilegiato nel nuovo appartamento di Ari Lennox dove sono rimaste in disordine le sue passioni, le sue paure, le sue speranze e tutti i suoi desideri insieme alle sue intenzioni.
E a noi viene concesso di gironzolare per quell’appartamento fino alla traccia conclusiva del lavoro, secondo me una delle migliori, ‘Static’. Che porta la sua introduzione musicale a ripetersi per tutto il pezzo mentre sopra le percussioni la vestono con i tessuti e i colori del conforto e della nostalgia, quella bella. Lasciando un libro aperto sulla pagina con l’elenco di tutte quelle cose da cui Ari Lennox è partita artisticamente.

Appena prima c’è la traccia che probabilmente sarà incaricata di rendere Ari Lennox riconoscibile ai più. Questa:

Per questo, ‘Shea Butter Baby’ è un altro dei dischi più belli del mondo.

 

 

Tyler the Creator Igor

Tyler the Creator ha distribuito il suo quinto disco.

Lui non è mai stato uno di quelli che ci ha abituati alle strutture classiche delle canzoni, ha sempre scelto altri percorsi, strade diverse per esprimersi.
E, a dirla tutta, non ci è sempre riuscito bene.

Questa volta decide di cambiare – di nuovo – rotta.

Tyler the Creator con Igor sembra vestire i panni del Minotauro che ti spia dentro il suo labirinto. Un labirinto che si trasforma, che muta, che ti accompagna in un viaggio.

La richiesta, legittima e secondo me fondamentale, che ha fatto Tyler the Creator alla viglia della pubblicazione di ‘Igor’ attraverso un post su Instagram è quella di prendere questo disco e non aspettarsi nulla.

Tyler the creator insta post

Accendere, premere PLAY sulla prima traccia, buttare il cellulare, alzare il volume e ascoltare.

Per 40 minuti.

Perché l’idea che sta dietro Igor è quella di sbatterti in faccia un sacco di cose.

‘Are We Still Friends’ chiude il viaggio nella collaborazione con Pharrell e nella scrittura di Tyler a quattro mani con il Rev, Al Green.

Ti anticipo che gli risponderai “certo che sì”.

Poi ci sono gli ospiti fantasma, non accreditati, ma non è possibile non riconoscere Frank Ocean in ‘Running Out Of Time’ che racconta di un momento di addio, di svolta. E come fare a meno di scovare Kanye West in ‘Puppet’ o A$AP Rocky e Santigold in ‘New Magic Wand’, che è la traccia più Tyler vecchia maniera. E che racconta di gelosia nella peggiore accezione del termine?

E poi se Tyler the Creator vuole regalarci una traccia che arriva a lambire il funk lo fa con ‘I Think’

I don’t know where I’m going

But I know what I’m showing

E cita Chiamami Col Tuo Nome di Guadagnino.

Dichiarazione di intenti definitiva per questo lavoro che parte con il tema, ‘Igor’s Theme’ usando qualche colore di Elton John per il piano.

Tyler, the Creator corre grandissimi rischi con questo suo disco: innanzitutto quello di disorientare completamente chi già lo conosce, sicuramente quello di voler vincere ogni pregiudizio “sui rapper” che arriva da coloro che li mal digeriscono questi rapper, altrettanto quello di incuriosire spasmodicamente tutti coloro che dalla musica vogliono essere stupiti, interessati, conquistati.
E non c’è alcun successo certo.

Un disco coeso, ‘Igor’, un’opera d’arte che conquista anche quando ti prende a pugni in faccia come accade in ‘What’s Good’ e nei suoi momenti di filtri e melodie aperte, in un contrasto netto dove in tre minuti e mezzo ci sono elementi a sufficienza per un paio di dischi di altri artisti più hype di Tyler, the Creator (e che appartengono alla trap più banale in circolazione).

Così come in ‘Boy Is A Gun’, irresistibile incrocio di spazio e tempo fra il sample old school e il beat modernissimo che lo sorregge intinto nelle salse del cosiddetto r&b contemporaneo.

In questo 2019 ci sono dischi che spiccano per chi è curioso e vuole qualcosa di più dagli album (e non necessariamente è old school come me): Anderson .Paak, Jamila Woods, Ari Lennox e ora Tyler, the Creator raccontano storie.
Una per ciascuno di noi.

Ci vediamo fra 40 minuti.

1. IGOR’S THEME ft. Kali Uchis

2. EARFQUAKE ft. Charlie Wilson, Devonté Hynes, & Playboi Carti

3. I THINK

4. EXACTLY WHAT YOU RUN FROM YOU END UP CHASING ft. Jerrod Charmichael

5. RUNNING OUT OF TIME ft. Frank Ocean

6. NEW MAGIC WAND ft. A$AP Rocky & Santigold

7. A BOY IS A GUN

8. PUPPET ft. Kanye West

9. WHAT’S GOOD

10. GONE, GONE / THANK YOU ft. Cee-Lo Green

11. I DON’T LOVE YOU ANYMORE

12. ARE WE STILL FRIENDS ft. Pharrel

Jamila Woods header

Jamila Woods è uscita con il suo secondo disco.
Se sei di fretta ti serve solo sapere che ‘Legacy! Legacy!” è uno dei dischi più belli del mondo (cit.)
Se hai quattro minuti di tempo qui sotto cerco di spiegarti quale secondo me è il motivo.

We don’t go out
Can’t wish us away
We been burning
Brighter everyday
(BALDWIN, JAMILA WOODS, Album: LEGACY, LEGACY!)

Quattordici 05 2019 Soul (R)Evolution Jamila Woods

Sono tredici gli eroi, tutti elencati per nome [uno elencato solo tra parentesi], del secondo album di Jamila Woods.

“Nessuno di noi è libero, ma qualcuno di noi è coraggioso” sono le parole che descrivono meglio l’ambizione, la bellezza e l’empatia di uno dei dischi più belli del mondo, anno 2019.

Dodici nomi, dodici persone (Betty (for Boogie) è il remix della traccia di apertura) che hanno plasmato Jamila Woods, un legame, un’eredità, una continuità bellissima.

Alcuni di questi nomi sono ben noti: Eartha Kitt, Basquiat, Miles (Davis) e poi ci sono anche Nikki Giovanni e Sonia Sanchez, che sono poeti, James Baldwin che è stato un’eminenza della cultura e della coscienza black (suggerisco a te che stai leggendo qui di prendere uno dei suoi scritti e partendo da quello scoprire l’opera di una grandissima penna: qui c’è Gridalo Forte).

C’è Betty (Davis, anche lei come Miles ma non sono parenti), Zora Neale che scrisse “Non saprai mai tutto, io non saprò mai tutto” nel 1928 dentro “How It Feels To Be Colored Me” e c’è Frida (Khalo, ovviamente).
C’è la ribellione di Muddy (Waters) e di quel momento in cui decise, a Chicago, di suonare la chitarra elettrica perché la gente nel locale parlava a voce troppo alta e c’è la letteratura di Sun Ra (sì, la prosa non la musica, questa volta) quella di ‘This Planet Is Doomed”.

L’icona afrofuturistica Octavia Butler occupa un altro dei dodici spazi tangente alla sua trilogia della Xenogenesi dove, per la prima volta, è una donna nera con i dreadlock a sopravvivere alla fine del mondo e ad incontrare gli alieni.

Betty è (anche) Boogie McLarin, insegnante di danza a Chicago e gancio con la house music attraverso la quale sviluppa i suoi workshop che contengono coreografie, storie e tradizioni. E senza di lei, Jamila non avrebbe mai scoperto la musica house. E a lei è dedicata la traccia conclusiva del lavoro che è la versione vestita “da house music” della traccia che lo apre, “Betty”.

Legacy! Legacy! è un disco che si occupa della comunità. Un’eredità di tradizioni, di azioni, di sostanza. Non ci si può aspettare di meno da Jamila Woods che è insegnante, poetessa, attivista per i diritti civili e l’emancipazione. Una persona complessa, così come è complessa la sua forma d’arte.

Ci sono il recupero e l’orgoglio per le radici afro americane e c’è l’affermazione dell’identità femminile – da sempre argomenti che sono il cuore dell’arte di Jamila Woods. Artisticamente si va nel territorio che è stato esplorato da Solange e Moses Sumney insieme alle passeggiate di The Internet. Quello l’orizzonte, la consapevolezza però è qui più diretta, più in superficie.

In estrema sintesi, ‘Legacy! Legacy’ è un’opera che celebra quel passato che ha dato forma al presente. Una celebrazione che fa di grazia ed eleganza le proprie cifre stilistiche.

Ecco, e tutto questo è in un disco, un piccolo pezzo di plastica.
Che rappresenta tredici storie, che racconta una storia nera, che – se ci dovessimo limitare alla musica – è uno di quei momenti che dà dignità a questo fantastico passatempo.
Non solo “musica con un messaggio” ma anche un messaggio scritto in un album che non è la semplice sequenza di canzoni ma piuttosto un discorso, un dialogo, un posto in cui sedersi e fare amicizia. Un posto a cui far ritorno per sperimentare uno dei dischi più belli del mondo (cit.)

Questa la scorciatoia per arrivare prima:

Lapseranza

Lasperanza debutta con un album di cover.

Io non sono uno di coloro che in genere amano le cover.

Io sono uno che si è ricreduto, più di una volta, ascoltando “Seeds”.

Rico Garofalo è il comandante della nave Lasperanza, è un sassofonista ed ha esperienza trentennale nella musica. Fin da adolescente resta attaccato alla radio per ascoltare quello che i più importanti DJ inglesi offrono ai loro ascoltatori e si innamora del soul/jazz.

I semi, “seeds”, appunto, partono da lì, dalla radio. Da quel modo di fare radio che è portare la musica che si reputa più bella e condividerla con chi ti sta regalando il suo tempo. La bella radio, come dico sempre.

E per questo un disco di cover è opportuno, perché queste tracce sono i semi di ciò che Rico oggi è come musicista. Un progetto che nasce là, dentro gli anni 80, e viene custodito fino ad oggi, fino a quando nei suoi Downlight Studio Rico inventa il collettivo Lasperanza e inizia a mettere su nastro quello che oggi regala a noi con il titolo di “Seeds”.

C’è una storia, bellissima, dietro il progetto di Lasperanza.
Qualche anno fa, Rico ha inciso per suo diletto personale la cover di ‘Cannot Live Without Your Love’ di Keni Stevens. Attraverso i social media (a volte internet è una bella cosa!) la canzone è stata suonata e apprezzata in giro da vari dj, tanto da conquistare sia la partecipazione di Keni Stevens a ‘Under The Moon And Over The Sky’ (di Angela Bofil) che chiude l’album di Lasperanza, sia Rico stesso che da quel momento ha iniziato a portare avanti il progetto.

Un progetto che gioca con alcuni classici apparentemente intoccabili (mi riferisco a ‘Give Me The Night’ di George Benson o a ‘Let’s Stay Together’ di Al Green) e riesce nell’intento di rispettarli dando a ciascuno un vestito che è più del lavoro di un ottimo musicista, è il lavoro di un innamorato di quelle canzoni.

Lasperanza tratta bene ogni canzone che veste a nuovo e riesce nell’intento di rendere contemporanei alcuni capisaldi della musica soul/jazz.

C’è ‘Kilimanjaro’ che si aggiudica la fantastica interpretazione di Hannah White e porta Letta Mbulu alla ribalta. Scelta coraggiosa, quasi pazza, per rendere giustizia a un pezzo e a un’artista che forse molti conosceranno a partire da qui.

Di Tyrone Davis ci sarebbe materiale a sufficienza per scriverne un libro. La sua storia è fantastica e merita un cantastorie che le possa rendere merito e giustizia. Che possa raccontare di come l’autista del bluesman Freddie King sia arrivato al numero uno delle classifiche americane. Nel 1979 esce ‘In The Mood’ e nel 2019 Lasperanza con la voce di Dacosta Boyce (artista con il quale Rico ha collaborato anche di recente) diventa una di quelle canzoni che hanno il marchio di fabbrica della Hi Records di Memphis.

Ecco, la ricetta di Lasperanza sta proprio qui: nell’aver un grande rispetto per queste pagine di musica, nell’aver saputo cogliere punti di vista che finora non erano stati sfruttati per queste canzoni (e per inciso sarebbe stato più semplice inserire quei classici da compilation da crociera e spruzzare di cowbell il tutto per avere un sicuro fascino tutto inglese, ma fortunatamente per noi Rico rispetta anche chi lo ascolta).

Questo modo di realizzare le cover è quello che mi piace, che mi appassiona, che non mi fa venire voglia di ascoltare di nuovo gli originali dei pezzi che conosco meglio, che semmai mi fa cercare quali sono le differenze fra le versioni originali e quelle nuove. Il renderle personali e il rispetto fra artisti è una cosa preziosa nell’ambito di un progetto ambizioso come una raccolta di canzoni conosciute di altri, riproposte in un disco di debutto.

La speranza è che Lasperanza sia un progetto di lungo corso, perché se ce ne sono altre dieci, venti, trenta, tutte con questo rispetto, tutte con la medesima cura, tutte con una personalità così contemporanea allora di sicuro io ne voglio ancora.
Perché “Seeds” rende evidente la differenza tra interpretare una canzone per amore e interpretare una canzone per una performance a un talent show.

E sono sicuro anche tu.

Seeds su iTunes a questo indirizzo

e presto (spero) tutto il disco anche su Spotify

Kelly Finnigan SLRVLTN Header

Kelly Finnigan, per chi bazzica il terreno dove si sta consolidando il rinascimento del soul classico, è noto come anima, tastierista e voce di Monophonics.
Una band che ha mutuato la caratteristica del proprio suono dalla tecnica che utilizza per le registrazioni: alla vecchia maniera, suonando tutti insieme e registrando su un otto piste. Essenziale, ruvido, analogico.
Dai un ascolto a ‘Sound Of Sinning’ del 2015 per approfondire meglio.

Il 26 Aprile scorso, Kelly Finnigan è uscito con il suo primo disco solista, “The Tales People Tell”.
Dieci tracce di soul scritte e seguite dalla nascita fino alla loro realizzazione attraverso un percorso durato due anni.

Kelly Finnigan Vinile

Kelly Finnigan – The Tales People Tell

Dieci tracce che hanno i piedi piantati in quello che è il “rinascimento” del soul classico ma che si sporca con l’R&B e l’Hiphop. Dieci tracce che Kelly realizza (dalla scrittura alla produzione) suonando dieci strumenti e facendosi aiutare in alcuni passaggi da alcuni amici come James Gadson (con Bill Withers, Marvin Gaye e Beck) alla batteria, dagli amici Monophonics e dal padre, quel Mike Finnigan che ha suonato con Jimi Hendrix, Joe Cocker ed Etta James.

Il risultato di ‘The Tales People Tell’ di Kelly Finnigan è uno di quei dischi che apparentemente non ha tempo, che alterna momenti di tenerezza a sprazzi di puro southern soul.
Siamo nel 2019 e gli arrangiamenti sono decisamente più elaborati, si sente, stesi ad enfatizzare i colori vocali di Kelly Finnigan nel migliore dei modi.

Un centro pieno. Un altro bellissimo colpo per l’ottima Colemine Records che continua il suo percorso di etichetta indipendente attenta a quel che si muove per davvero nel suo ambito di interesse (ovvero le sonorità classiche di blues e soul che arrivano oggi dagli Stati Uniti).

“I Called You Back Baby” è uscita come scheggia impazzita da qualche cassetto di Otis Redding, “Can’t Let Him Down” è vicina a Delfonics che ad un certo punto impazziscono e virano verso il Gaye più classico sostenuto dai cori (una meraviglia che a parole non si riesce a descrivere) e chiude splendidamente il lavoro proprio come quelle canzoni che una volta finite ti fanno venire voglia di ricominciare ad ascoltare tutto da capo.

Uno di quei dischi che pur facendo parte innegabile del rinascimento del soul si mostra compatto, formato da dieci tracce che non hanno lasciato posto per riempitivi (e sì, potrebbero essere tutti singoli pur dando al lavoro un corpus unico nel suo sviluppo) ma che si assestano fra le uscite di questo ambito come le pagine tra le migliori del 2019 e forse di tutto il “movimento”.

“Per me me soul, r & b, doo wop e gospel sono tutti collegati e fanno parte della stessa famiglia quindi non è stato affatto difficile (comporre queste canzoni). Sapevo di voler creare un disco soul che mettesse insieme tutti questi stili poiché è la musica che amo di più. Ero consapevole di voler mettere la stessa quantità di “vibe” in ogni canzone in modo che l’ascoltatore potesse sentirlo e assicurandosi che ogni canzone avesse quel detto “vibe” è la cosa più importante per me quando si crea un disco.”

Aspetto non trascurabile, nel lavoro di Kelly Finnigan, è quello di “cantastorie”. Ogni canzone ne racconta una e da qui anche il titolo del disco, immancabile se questo ambito della musica black (anche se “blue-eyed”) ti ha già conquistato con Durand Jones, Ben Pirani, Sharon Jones, Lee Fields e Charles Bradley. O, prima ancora, con Curtis Mayfield, Marvin Gaye e tutto quel soul che è arrivato come evoluzione del Doo-Wop.

Tales People Tell è disponibile su Amazon oppure dal mio negozio online preferito che è HHV a Berlino e che ha sempre disponibili parecchi dischi della Colemine ed è gestito da bella gente.