Jordan Rakei

Jordan Rakei lo frequento artisticamente da un po’ di tempo. Quando ancora era agli esordi, scovato per caso girovagando per le immense praterie di Bandcamp.

A ventun anni pubblica ‘Franklin’s Room’, un ep di cui mi colpì ‘Selfish’, la traccia più tradizionale che innestava però quel che poi verrà sviluppato in percorso artistico che sei anni dopo arriva a ‘Origin’.

In mezzo ci sono un altro EP, ‘Groove Curse’, e due album.

Partendo da ‘Cloak’, il primo vero “disco a trentatre giri” di Jordan Rakei e segno importante della commistione con Londra del suono che fino ad allora arrivava dall’Australia (lui nasce in Nuova Zelanda ma all’età di tre anni la famiglia si trasferisce a Brisbane).

E ‘Cloak’ , quando lo ascolti tutto, dall’inizio alla fine, continua su ‘Wildflower’. Il secondo disco. Più bello, secondo me, del precedente anche se più scuro, più introspettivo nei testi che raccontano del viaggio di Jordan Rakei alla volta della grande battaglia contro l’ansia.

Insomma, per farla breve, c’è sempre la mente nelle parole e nei suoni di Jordan Rakei che si sono fatti sì più solari ma anche più ricercati e stratificati con il passare del tempo.
Sicuramente Londra c’entra, tanto, in questa trasformazione, insieme a tutte le collaborazioni sviluppate durante il percorso, che oggi ci porta verso qualcosa di nuovo, qualcos’altro, che è il terzo album.

E ci sono riferimenti agli ascolti di ‘Voodoo’ di D’Angelo, ‘Grace’ di Jeff Buckley e ‘To Pimp A Butterfly’ di Kendrick Lamar. Digeriti, conditi e personalizzati da un artista che sempre più spesso trova la chiave di svolta per non rendere la sua musica simile ad altro o, peggio ancora, noiosa.

Si intitola ‘Origin’, il terzo disco di Jordan Rakei, e uscirà alla metà del mese di Giugno, due anni dopo ‘Wallflower’.

Jordan Rakei Origin

E questa volta il tema è quello del futuro distopico. Un terreno bellissimo per quel che Rakei racconta in musica e ha già anticipato sia con ‘Mind’s Eye’ che con ‘Say Something’.

Ci sono le coordinate di Black Mirror e di Twin Peaks, qualcuno potrebbe riscontrare tracce di Philip Dick. Di certo ci sono alcune condanne.
Come quella all’intelligenza artificiale e ai binari imposti anche al pensiero e a come il pensiero si comunica.

‘Say Something’ arriva da qui, dall’urgenza di parlare per qualcosa in cui credi, suonata con un sentimento più solare rispetto ai precedenti lavori di Jordan Rakei ma ugualmente densa quando si tratta di comprenderne il messaggio.
Se una definizione è necessario trovarla, quella più adatta è “la musica intelligente”, ovvero la musica dotata di capacità intellettive.

Prima del 14 Giugno c’è anche ‘Mind’s Eye’, quella traccia che abbiamo ascoltato alla radio e che parla della tecnologia e di quando smette di funzionare. E se smette di funzionare quando è impiantata nei circuiti neurali del corpo umano può solo trasmettere proiezioni di caos nella mente.

Saranno undici le tracce che comporranno ‘Origin’ e tre le possiamo già ascoltare.

 

Ah ovviamente per ‘Origin’ le prenotazioni sono aperte.

 

Ben Barritt

Ben Barritt nasce a Londra nel 1984 e di mestiere fa il musicista.
Ha deciso di allontanarsi, nella sua espressione artistica, dalle mode del momento andando a riprendere e fare propri alcuni posti della musica.

Rimanendo coerente, magico e interessante.
Lavorando con Bobby McFerrin si imparano delle cose.
Mettendo base a Berlino (ormai sei anni fa) se ne vivono e imparano altre.
E Ben Barritt le ha imparate, tutte. Poi ha ascoltato, tanto. E scritto, altrettanto.
La sua estetica musicale prende come riferimento icone quali Nick Drake, Steely Dan e Joni Mitchell. Mira in alto, insomma.

Nel 1986 il suo debutto, ‘What Would You Like To Leave Behind’ mi aveva catturato, complice questa traccia che condivido ancora (e ascolto, ancora) con tantissima soddisfazione.

Poi il silenzio e i suoi impegni come musicista a Londra e il lavoro di nuovo meticoloso per un secondo album.
Composto e registrato senza fretta, si sente.
Everybody’s Welcome’ è ragionato, meditato, ponderato.
Ed è un gran disco, di nuovo.

I riferimenti musicali sono quelli di cui sopra, ai quali Ben Barritt aggiunge un quantitativo spropositato di talento come compositore ed esecutore.
I suoni della chitarra acustica sono la spina dorsale del lavoro, vestita a festa da tutti gli altri colori della musica di Banjamin Barritt.

Ascoltare ‘Everybody’s Welcome’ è fare di nuovo amicizia con il moog, con alcune linee funk che arrivano quasi improvvise e sorprendenti, con gli ottoni che discretamente supportano le linee melodiche che sono sì orecchiabili ma sono estremamente sofisticate.
Musicalmente c’è una dinamica magica nel disco. Uno di quei dischi che sono da ascoltare senza sbrindellarne le tracce, che sono concepiti e vanno fruiti come un corpo di lavoro unico nel suo sviluppo.

Vuoi provare la parte “cool” del disco? Allora accedi da ‘Lamplighter’ e ti sembrerà di entrare in un mondo nuovo ma confortevole, di quelli che per fortuna nostra è ancora possibile creare.

I sei minuti di ‘Dark Eye’ sono territorio fertile per il sax: padrone assoluto della traccia.
Ancora, la sosta che profuma di estate di ‘Giant Steps’ è fresca e ristora, nel caos di suoni chiassosi e compressi dei nostri tempi moderni.
La delicatezza acustica di ‘Sing To Me’ è pura espressione cantautorale. Delicata e intensa allo stesso momento rappresenta uno dei momenti più intimi di tutto il lavoro. E fa centro.
Il percorso dell’album accompagna l’ascolto fino all’essenza. Quella della canzone che intitola il secondo album di Ben Barritt, otto minuti di meraviglia che rappresentano la meta di questo breve percorso musicale così prezioso.
Secondo me questo è uno di quei dischi tangenti ai quattro punti cardinali fra i più belli dell’anno, anche se è soltanto quasi finito il mese di Aprile. Scritta così, diretta e fuori dai denti.

‘Everybody’s Welcome’ ha lo stesso effetto di un abbraccio. Di quelli analogici, veri, così umani da far tenerezza in questa nostra epoca digitale che cerca di scaldarsi con le emoticon. Ha la stessa eleganza di una serata in compagnia di un panorama mozzafiato e un ottimo vino, quelle serate fra persone che si intendono, che muovono scambi di emozioni e sensibilità stando bene insieme.

Bentornato, Ben Barritt, e grazie per farci sentire tutti benvenuti.
Anche con quei minuti finali deliziosamente rock che ti fanno venire la voglia di premere di nuovo il tasto PLAY dall’inizio e rifare il viaggio.

Anderson .Paak Ventura

Parlare a voce alta di Oxnard quando dopo pochi mesi ne esce il seguito, Ventura, può sembrare facile.

Ma non sarebbe stato opportuno farlo prima, solo su supposizioni, sarebbero state piccole speculazioni di cui la musica non si cura, perché di questo se ne curano “i media”.

Di fronte a una sostanziale alzata di scudi che lo hanno definito un capolavoro, secondo alcuni – me compreso – Oxnard non era affatto il disco di Anderson .Paak più riuscito.

Almeno non era riuscito meglio di Malibu. E non ne aveva nemmeno bissato l’interesse, non si era mosso, poteva sembrare un compitino. Ben svolto, ci mancherebbe altro, ma mancava qualcosa. O più di qualcosa.

Oxnard è un disco dritto, quasi esclusivamente hiphop, dove Anderson .Paak si diverte un sacco, ma le regole le ha scritte Dr Dre. E alla fine si sente.

E alla fine emerge.

E diventa ancora più evidente dopo l’ascolto di Ventura.

Ovvio che non si debba mai buttare il bimbo insieme all’acqua sporca e pezzi come ‘Tints’, ‘Trippy’, ‘Smile’ o ‘The Chase’: li teniamo ben stretti fra le pagine più belle del repertorio del piccolo Anderson .Paak, ma dopo Malibu non era affatto sufficiente per definire un passo avanti nel percorso.

Oxnard è stato ben incubato da Apple tutta, a partire da quel pezzo che poi sul disco non ci sarà, ‘Bubblin’, usato per una pubblicità di casa Cupertino e poi nel battage senza precedenti (forse ancora più massiccio di quanto fatto con Scorpion di Drake) su tutti i suoi canali.

Ecco perché Ventura diventa importante, fondamentale, e Oxnard diventa un interludio, un rito di passaggio, una finestra che ci aiuta a comprendere come sia cresciuto Anderson .Paak a livello artistico.

Un diario della sua esperienza “alla corte di Dr Dre”, interessante, ma ci fermiamo a quello.

Ventura ha un respiro diverso, ha un orizzonte che non si conclude, esattamente come Malibu e Venice prima ancora.

Del resto, è lo stesso Anderson Paak che come pubblica Esquire, ha definito così il suo lavoro con Dre:

È stato un processo di apprendimento per lui e con me. Ho dovuto scendere a compromessi su alcune cose e lui ha fatto altrettanto. Stavo imparando molto da lui su Oxnard e questo ha permesso di aprirmi e di essere prodotto e di essere più di un recipeinte.
Da parte sua di certo ha imparato altre cose, come prestare attenzione e assiurarsi che tutte le canzoni fossero giuste e che si poteva fidare nel pubblicare materiale su base regolare. È una cosa interessante.
E quando non capiva, beh, era come se il suo atteggiamento fosse: ‘hey, io sono un rapper, devo fidarmi e credere che sappia quello che sta facendo’. Lo amo per questo.

Dre mi ha lasciato un sacco di margine su Ventura. Tipo che ha capito perfettamente tutto. Ho potuto spiegare le mie ali sulla produzione e sulla scrittura e anche sulle collaborazioni che ci sono in Ventura.

Era tipo, sembra che tu abbia capito. Ho spiegato le mie ali sulla produzione e sulla scrittura e su queste collaborazioni. Di nuovo, molto ambizioso, lavorando anche con delle icone della musica. È stato bello lavorare con Dre.

E poi arriva Ventura, zuppo di anni settanta e sessanta (I colori di Motown, ma anche di band come Delfonics e Stylistics sono presenti a più riprese). Ed è bellissimo, questa volta sì, come le pennellate alla Curtis Mayfield di ‘King James’ (“We’ve been through it all, thought it could be worse.. there’s nothing new or sharp about the cutting edge (…) What about the love? Coming with me, what about the labour? Coming with me”

E poi c’è Sonyae Elise (un ritorno, da Malibu) che aiuta .Paak là dove sembra tingersi tutto di una delle tonalità del porpora di Minneapolis, ‘Chosen One’ sembra uscita da Paisley Park e portata in autostop a Ventura.

‘Make It Better’ è la canzone più bella del mondo (cit., Massimo Oldani) con Smokey Robinson e i due ad omaggiare la Hi Records di Al Green, anzi, ad omaggiare proprio il Reverendo.

Ecco, sono queste cose, questo essere ancorato sì al passato ma con i piedi ben piantati nel presente ad averci fatto amare Anderson .Paak. E se lo avevamo un po’ perso per strada perché Oxnard era più un disco di Dre che suo, con Ventura rimettiamo le cose a posto, in un album che non ha filler, che non ti spinge a usare il tasto skip.

‘Winners Circle’ è neo soul che incontra gli Earth, Wind And Fire a metà strada con Al Jarreau che ha appena salutato Sun-Ra, ed è un’altra delle meraviglie. Così, giusto per dire.

Sono 37 minuti magici, quelli di Ventura, sono quei trentasette minuti che ci sono mancati in Oxnard, sono quelli che andranno in loop per tanto, tanto tempo.

2 Chainz Soul Revolution

2 Chainz è tornato, questa volta ha deciso di fare le cose sul serio e in grande.

Parto dal titolo: “Rap Or Go To The League” ovvero la convinzione diffusa, presso la comunità black americana, che per avere un futuro agiato si debba o diventare un rapper o un giocatore di basket ad alti livelli.

Per la prima abbiamo 2 Chainz, che comunque è stato giocatore di basket, per la seconda abbiamo… 2 Chainz perché la produzione artistica del suo quinto lavoro è ad opera di LeBron James, quel King James cantato da Anderson .Paak e – beh, che te lo dico a fare – star del basket.

Del resto, la copertina (e tutto il merchandise associato al disco) la dice piuttosto chiara:

2 Chainz cover
Insomma, apparentemente abbiamo tutto: la narrazione del riscatto della comunità afro americana, un artista affermato che con la trap ha conquistato un posto di rilievo (il secondo posto di Billboard potrebbe essere sufficiente per questo “status”), un disco esagerato, una serie invidiabile di collaborazioni, la dose sopra le righe di esibizionismo.

Sì, abbiamo tutto, o almeno abbiamo quello che ci interessa e ci appassiona: perché ci sono le rime, vere e crude, ci sono gli scratch (nel 2019!), ci sono i beat prodotti da Pharrell e aiutati da Kendrick Lamar, c’è quest’uomo nato ad Atlanta nel 1977 che ha ancora un sacco di cartucce da sparare.

Più giù c’è la coppia improbabile con Ariana Grande che affianca 2 Chainz in ‘Rule The World’ in uno dei pezzi R&B dell’album e c’è Lil Wayne in una delle tracce che sicuramente faranno la felicità del clubbing di un certo tipo. E ce ne sono un sacco di altri che puoi scoprire qui

Ed è un disco onesto, a quanto pare.

2 Chianz ha tenuto banco per un’oretta in Pull Up con Joe Burden ed ha parlato di tanti dei temi che poi sono la struttura (granitica) di Rap Or Go To The League.

Il rapper di Atlanta è uno dei tanti che ha scelto di entrare nel mondo dell’intrattenimento facendo musica per riuscire a costruire un’alternativa alla vita stereotipata vissuta davanti alle quinte teatrali fatte di criminalità e droga.
Per star fuori dal giro ha iniziato la sua carriera che oggi – lontana anche dalla sobrietà e molto prossima a un egocentrismo portato con naturalezza invidiabile – arriva a una svolta, come ha spiegato lui.

Una situazione familiare complicata ma soprattutto il senso di responsabilità verso tre figli, lontani perché i problemi di coppia a volte non si risolvono, e la voglia di garantire comunque anche a loro un futuro.
Un messaggio a tutta la comunità afro americana: quello di puntare sugli investimenti, come fa lui, diversificando la propria attività, cercando in qualche modo di instaurare un circolo virtuoso che sia sì economicamente sostenibile, ma anche socialmente utile.


Concetti che 2Chainz veicola anche nel video di uno dei pezzi che preferisco, questa ‘Money In The Way’.

2Chianz è su un ascensore, che sale. I titoli di giornale ci fanno sapere che lui “sta comprando la baracca” e intanto scorre la vita afro americana: 1965, 1975, 1985, 1995, 2000, 2010 e su fino ad oggi.
In questa storia ci sono Black Panther, B Boys, droga, armi, abusi di ogni tipo in una sorta di circolo della vita e della morte.

Questa è ‘Money In The Way’ e il campione felice è quello di “Can’t You See What You’re Doing To Me” di The Three Degrees (perché sì, il rap è fatto ancora con i campioni!).

La riscossa, secondo 2 Chainz, passa da qui, studiare e formarsi per poter accedere “alla sublime arte della finanza” e da lì scalare verso il successo o quanto meno verso un lavoro digntoso per sè  e per i propri figli. La black excellence, come la chiama lui, passa da qui.

E da un disco, meraviglioso, come ‘Rap Or Go To The League’.

 

Maverick Sabre Header

Maverick Sabre non ci ha consegnato un disco facile.

Ci ha consegnato un terzo album, il primo da indipendente, il primo davvero libero, e forse per questo il più complesso.

When I Wake Up’ è il disco di un artista che ama ancora – e più di ogni altra cosa – proporre musica che non sia omologabile, ma questa volta la marea lambisce più le spiagge di un’estetica black contemporanea rispetto ai lidi delle barre arrivando anche a guardare da lontano il “mondo alternative” in alcune soluzioni di suono.

Maverick Sabre PresshotResta lui, ammaliante come sempre: Mavercik Sabre ha sempre accompagnato sui confini chi lo ascolta, questa volta lo fa divertendosi di più. Tanto di più.

I temi di cui tratta sono semplicemente spinosi: si va dalla fede nell’apertura spiazzante di ‘Preach’ alla politica di ‘Guns In The Distance’ che riporta le trame hiphop, anche se distanti.

Diventa poi nel suo errare artistico quasi reggae con Jorja Smith in “Slow Down” prima di entrare in una “Drifting” che sembra tanto prendersi con arroganza il posto nelle playlist di chi prende i mezzi la mattina per recarsi al lavoro/scuola/ovunque. E che parla di tante storie irlandesi non raccontate. Storie in cui si perde il controllo, involontariamente, lasciando che il nostro destino sia affidato a qualcos’altro.

Maverick Sabre: le storie di When I Wake Up

Il disco ha una narrazione che lo tiene insieme: ‘When I Wake Up” racconta delle nostre azioni e delle nostre parole e delle conseguenze che si generano all’interno di una comunità.

Ci sono gli emarginati e i meno abbienti nelle foto di “When I Wake Up”. E sono maledettamente a fuoco.

Come per ‘Big Smoke’ dove “un altro giovane è stato pugnalato sul marciapiede, poi un altro giovane non è mai arrivato alla stazione”. Scene di vita quotidiana, purtroppo.

E’ il tono di Maverick Sabre a portare la solidarietà e l’empatia a  questi personaggi così maledettamente quotidiani e reali che non possono lasciare indifferenti chi ascolta le loro storie.

E siccome sono tutte storie diverse, non si cerchi in “When I Wake Up” un solo stile musicale, non sarebbe un disco di Maverick Sabre.

“When I Wake Up” è sia una parola rassicurante, un conforto, che un grido di battaglia per questi tempi difficili. Un dito puntato verso coloro che hanno torto e un abbraccio per coloro che sono smarriti.

E diventa importante quando si concentra in verticale sulle piccole cose, nei momenti delle storie più luminose come ‘A Mile Away’, una semplice canzone d’amore. Lì in mezzo, come a volerci dire che comunque il bello è intorno a noi e ci basta cercarlo.

Maverick Sabre: a proposito del disco

Maverick Sabre Cover

Questo album è probabilmente il mio disco più personale, è un riflesso della musica che voglio realizzare senza un programma se non quello di pubblicare musica di cui sono appassionato, orgoglioso e che espirme i messaggi e le sensazioni da cui sono ispirato.

Ho passato gli ultimi due anni a creare un lavoro che raccolga argomenti importanti in assoluto e per me, e con ogni traccia voglio raccontare un significato.

Dalla copertina alla grafica voglio raccontare storie incalcolabili del mondo che mi circonda e quello che succede nella mia testa, tutto ciò che faccio è sempre stato quello di connettermi con le persone e la musica rappresenta la varietà di emozioni che raccolgo.

Sono incredibilmente fiero di questo album!

E anche noi possiamo essere fieri di intercettare artisti che nell’era “del singolo” e “dello streaming” pongono sè stessi e la loro arte nella condizione di chiedere a chi li ascolta l’attenzione che meritano. Per un tempo più lungo, con una concentrazione che non è quella del multi tasking, che è propria e dovuta a chi si espone pubblicamente e cerca di suonare qualcuna delle corde dentro chi “sente” questa musica e non si limita ad “ascoltarla”.

Molto ben fatto, mr Sabre, molto ben fatto.

Grazie, Maverick.

FLEVANS

Flevans è un poli strumentista e anche DJ e producer.

All’inizio del suo percorso artistico è stato inserito nel roster di Tru Thoughts e da lì ha iniziato ad affacciarsi al mondo musicale come attore principale.

Il suo amore per i suoni classici soul e funk, unito alla propensione per le melodie solari e alla diffusione delle “good vibes” hanno fatto il resto.

Quattro album, il più recente si intitola ‘Part Time Millionaire’ ed è un viaggio tra musica da ballare, atmosfere soul e freschezza.

Anticipato da tre singoli arriva alla pubblicazione completa per Jalapeno Records già casa di grandi nomi quali – fra tutti – Ephemerals, una band da tenere sotto stretta sorveglianza oltre al pregiato duo Smoove And Turrell e Lady Gizelle Smith.

Flevans – Part Time Millionaire

“Il titolo del disco” – scrive lo stesso Flevans – “è il riflesso di dove mi trovo in questo momento. Mi sono divertito a scrivere questo album mentre mi impegnavo ad essere il miglior papà possibile per i miei due figli ed entrambe queste cose mi rendono incredibilmente felice”.

E si sente: “Part Time Millionaire” è pervaso di serenità e di sole, sia quando fa ballare con ‘Invisible’ o ‘Who’s Got Me’, entrambe aiutate dalla voce di Laura Vane, sia quando diventa più dolce con la mirabolante ’15,000 Words’ cantata da Elliott Cole (già con Lack Of Afro).

La cover di ‘Ex-Factor’, canzone sempre definita intoccabile, è perfettamente a fuoco e il saluto a Miss Lauryn Hill è un’altra bella pagina di ‘Part Time Millionaire’.

“Il titolo l’ho pensato in modo che rifletta quanto poco tempo abbiamo per fare tutte le cose che vogliamo, ma anche quante cose positive possiamo ottenere”, continua Flevans, “Cerco sempre di lavorare a un album in modo che possa accompagnare l’ascoltatore in un viaggio e spero che si possa divertire dall’inizio alla fine”.

Lo scopo di Flevans è raggiunto in pieno: ci sono anche Izo FitzRoy (in ‘Some Day’) e Sarah Scott che ritroviamo anche nei precedenti lavori di Flevans per ‘It Just Goes’. 

Un equilibrio sottile e perfetto che ci consegna quaranta minuti di benessere.

A dimostrazione del fatto che non è necessario, nel 2019, essere all’avanguardia per risultare godibili e nuovi, ma ci vuole quella chiave dorata che ti consente di fare musica per bene, musica che possa relazionarsi con te quando la ascolti.

Andare avanti senza dimenticare tutto quello che abbiamo lasciato dietro in un percorso che non si ferma ma continua. Anche in compagnia di ‘Part Time Millionaire’ di Flevans, perché questo tratto di strada insieme è irrinunciabile.

Alexis Evans

Alexis Evans arriva da Bordeaux e a tre anni di distanza dal suo esordio esce questa volta per l’italiana Record Kicks.

“I’ve Come A Long Way” è stato rappresentato in Dodici 03 2019 Soul R(E)volution dal primo singolo, la preziosa “I Made A Deal With Myself”

Quando tutti attorno a te vanno incredibilmente veloce senza un motivo razionale, tu prenditela con calma. Si vive una volta sola, viviti il momento. (Alexis Evans)

Le ispirazioni sono palesi: da Otis Redding attraverso i The Meters e Sly & The Family Stone senza dimenticare l’Inghilterra di un periodo di Paul Weller che ricordiamo benissimo.
Fa specie sapere che questa è la musica che ha formato la personalità artistica di Alexis Evans, venticinque anni.

Ha scritto “I’ve Come A Long Way” approcciando scrittura, arrangiamenti e suoni come facevano Bobby Womack o The Impressions.
E il risultato lo puoi ascoltare qui.


C’è proprio un movimento, là fuori, che per semplicità chiamiamo retro soul. Una serie nutrita di band e artisti talentuosi che omaggiano quella parte di suoni, scrittura e immaginario ballato, suonato e portato fra i cardini della storia dagli anni 60 fino al northern soul.
Alexis Evans è uno dei nomi da mettere nel radar, bianco ma con un’attitudine che più soul non si può.
Le realtà quali Daptone, Colemine e l’italiana Record Kicks (che festeggerà al Biko il quindicesimo compleanno alla fine di marzo) sono il tridente che posso tranquillamente spendere come indicazione per scoprire una serie di band pazzesche scovate e curate da persone che amano questa musica almeno quanto noi che la consumiamo regolarmente e rigorosamente fuori algoritmo.

Tornando ad Alexis Evans, secondo me imperdibile almeno quanto ‘I Made A Deal With Myself’ c’è questa traccia che personalmente non sto riuscendo a togliere dal loop.

La prima volta alla radio, Alexis Evans lo abbiamo ascoltato in questo episodio di Soul(R)Evolution, su Radio Milano International.

soul-train-soul-revolution

Soul Train è stato un varietà fondamentale basato sulla musica e sulla danza moderna.

Va in onda per 35 anni (dal 1971 al 2006) negli Stati Uniti e consolida diversi generi musicali con attenzione particolare a R&B, Soul, Dance e Hiphop.

Don Cornelius, il creatore e produttore di Soul Train, è al timone fino al 1993 (anche se dietro le quinte per molti anni ancora) salutando ogni settimana per ventuno anni gli americani così: “Benvenuti, state facendo il viaggio più hippy di tutta l’America” e congedati con “Sono Don Cornelius e come sempre, prima di andare via,  vi auguro amore, pace e SOUL”

Uno show ultra-hip, se mi puoi passare il termine, che ha posto la cultura black al centro.

Parte da Chicago e viene trasmesso da una tv locale. Più tardi, grazie alla syndication furono numerose le tv che contribuirono a distribuire Soul Train nei singoli stati fino a portarlo allo stato di trasmissione prima cult e poi di sicuro successo e riferimento per i neri d’America (e non solo).

La caratterstica, la genialità del programma fu quella – certamente – di diffondere la musica nera in tutti gli Stati Uniti, ma anche quella di affermare stili di vita, mode, passi di danza quali ad esempio la Soul Train Line

 

Soul Train diventa American Soul e vive ancora in tv

In tutto e per tutto è un modo di essere.

Oggi Soul Train è una serie TV.

Importante, perché permette di ricordare cosa ha significato la visione di Don Cornelius.

Nel primo episodio c’è una frase che è già emblematica: “Voglio che i ragazzi neri siano visti esattamente come sono: forti, potenti e bellissimi”.

Still from BET’s “American Soul” episode 102. (Annette Brown/BET)

L’iconografia che viene trasmessa su BET è precisa, lo spettacolo nello spettacolo garantito sia dalla musica che dalle storie dei singoli personaggi che si snodano a fare da trama alla serie. Dentro ci sono anche la segregazione, il razzismo e ovviamente (siamo nel 1971) il Vietnam.

Io non so se sono stato catturato più dalla musica, dalle storie dei protagonisti delle vicende che sono attorno allo spettacolo o dalla grandissima determinazione di Don Cornelius.

Sta di fatto che questa serie mi sta appassionando forse più di The Get Down (che è più “fumetto” rispetto ad American Soul, senza alcuna ombra di dubbio) e presenta, al di là della musica bellissima che ne fa da ossatura, uno spaccato di storia americana che non deve essere dato per scontato, oggi.

Soul Train inizia di nuovo in TV da quel 2 Ottobre 1971

American Soul, così si intitola, parte da uno dei punti più importanti per la storia di Soul Train: l’episodio del 2 ottobre 1971 e la sua preparazione.

Così si racconta di come Don Cornelius riuscì ad avere Gladys Knight nello spettacolo (per la serie TV è una fantastica Kelly Rowland).

Quel momento fu la scintilla che innescò la serie di eventi che portò Soul Train dall’essere una trasmissione locale ad essere un’icona americana.

Spike Lee definisce Soul Train “una capsula del tempo della musica urban” e sicuramente non gli possiamo dare torto.

Negli anni 70 ospita tutti i più grandi: Marvin Gaye, Al Green, Tina Turner, Patti Labelle, Diana Ross, James Brown, Aretha Franklin, Stevie Wonder, Barry White (seguito da un’orchestra di 40 elementi). Giusto per nominarne qualcuno. L’elenco completo lo trovi qui (e sono 1.117 episodi)

Don Cornelius ci tiene compagnia su BET per 10 episodi che costituiscono la prima stagione di American Soul.

I primi due sono disponibili sul sito di BET  e speriamo che American Soul sia presto disponibile integralmente anche in Italia: la rete dà Netflix come piattaforma principale per la sua distribuzione. Restiamo in ascolto per tutti gli aggiornamenti.

Nel frattempo, sulla rete è disponibile il documentario ufficiale dedicato al programma culto.

 

XAMVOLO-Soul-Revolution

XamVolo ha 23 anni, è inglese ed è uno dei talenti più incredibili che mi sia capitato di incrociare nella musica contemporanea.
Un impressionista musicale che si muove tra neo soul, jazz e pop con maestria.
Il suo debutto assoluto è del 2016 e da allora ha catturato la mia attenzione.

Allora fu “Down” che mi fece raddrizzare le antenne.
La conferma, poco dopo, con “Old Soul”.
Poi arrivò “Feels Good” e la bellissima sorpresa del campione di Thelonious Monk.

Un Ep per fare il punto della situazione e prendere il tempo necessario per coagulare un album di debutto con il meglio di quanto composto fino ad ora.

XamVolo – il disco

L’immagine che ha iniziato qualche mese fa a circolare su internet è di caratura superiore: oro, nero e rosso sono l’universo cromatico in cui è immerso “All The Sweetness On The Surface”.
Che è un disco bellissimo.

XamVolo ArtworkAlcune persone percorrerebbero molta strada per raggiungere le cose che vogliono, ma ogni volta nella quale si rende disponibile un’opzione più semplice, la maggior parte delle persone preferisce la scorciatoia, anche se ci si deve accontentare un po’. 
Questo album è incentrato sulla natura dei nostri desideri. Quando a qualcuno viene raccontato di questo miele nero – di un modo semplice per ottenere tutto ciò che hanno sempre desiderato – di sicuro accendi la loro curiosità, ed è questo il racconto del disco.

Lui è stato accostato contemporaneamente a nomi quali Frank Ocean e Leon Bridges (giusto per dare qualche etichetta, confondere e farci pensare leggendo che qualcuno avesse bevuto un po’ troppo vista la distanza che intercorre da sempre fra questi due nomi).
Personalmente, dovessi essere costretto a dare dei riferimenti in merito mi concentrerei sui colori di John Legend.

Quello che importa è la musica.

E in “All The Sweetness Under The Surface” ce n’è tantissima, tutta di caratura superiore.
Trattandosi di un debutto si riprendono alcuni capitoli della storia quali ‘Old Soul’ e ‘Feeling Good’ per poterli rilanciare accanto a ‘Lose Love’ dalle tinte neo soul e jazz che provoca con un messaggio diretto: cosa hai da perdere quando devi ancora dimostrare tutto?
E anche quando i suoni diventano più densi, come in ‘Below’ o nella più elettronica ‘Alive’ o ancora in ‘Sudden’ è difficile distrarsi.

Ecco, quello che impressiona e che secondo me deve attirare la nostra attenzione qui è come si possa essere contemporanei (e anche estremamente fighi) senza rinnegare nulla della storia musicale legata agli ascolti che hanno formato un artista e allo stesso tempo essere figlio del proprio tempo: fra organico ed elettronico con la giusta misura e con un gusto decisamente al di sopra dello standard.

Un nome da tenere a portata di mano che ci regala momenti di musica black contemporanea che difficilmente ci dimenticheremo.

XamVolo – la title track scomposta

C’è, alla fine, un tocco di genio (o, più semplicemente un’idea divertente).

Si tratta della title track nascosta nella quale “dialogano” uno XamVolo prima dell’esperienza dell’album con uno XamVolo dopo la medesima esperienza.

Per scoprirla si devono suonare contemporaneamente l’Intro e l’Outro dell’album: All The Sweetness disposta sopra The Surface.

Aggiornamento: nel corso dell’anno, XamVolo ha pubblicato una serie di podcast che riguardano i diversi aspetti della creatività.

In questi contenuti audio, l’artista mette a disposizione la propria esperienza per suggerire alcuni comportamenti che possono essere adottati al fine sia di evitare gli errori più grossolani, sia come indicazioni per veicolare al meglio il flusso creativo.

Aaron-Abernathy-Soul-Revolution

Aaron Abernathy è un nome importante, oggi.

Anche se al momento non è uno di quelli che affollano le ribalte illuminate.

Il suo lavoro più recente, “Epilogue”, intanto è un concept album: segno importante che sottolinea come ancora nel 2019 l’oggetto album sia un valore artistico indiscutibile anche se ci troviamo nell’era dello streaming e del consumo superficiale anche della musica.

Aaron Abernathy – dentro Epilogue

È il quarto “concept” dell’artista, che arriva a chiudere un poker composto da “Prologue”, “Monologue”, “Dialogue” ed ora chiuso da “Epilogue”.

Tre sezioni: la sua di lui, la sua di lei e la nostra. Uno schema perfetto.

In questa ora abbondante di musica, Aaron Abernathy ci accompagna nella prospettiva maschile dell’amore e della sofferenza per amore, dell’abbandono e della riconciliazione.

Nella prospettiva ‘sua di lei’ è Noelle la persona che parla e che canta con la voce di Cecily.

Le due strade si incontrano, nella prospettiva che è ‘nostra’.

“Epilogue”, insomma, racconta la ricerca della guarigione e risoluzione dei problemi di una relazione finita (male).

Indica, in sostanza, il modo per andare avanti e senza arrendersi cercare l’amore che ciascuno desidera per il proprio futuro.

“Ho scritto questo album perché troppo spesso passiamo da una relazione all’altra senza lavorare su noi stessi. In questo modo creiamo un circolo vizioso in cui camminiamo continuamente in relazioni impreparati a fare la nostra parte al fine di costruire un amore che possa durare”

Aaron Abernathy Epilogue

Aaron Abernathy – come suona Epilogue

Musicalmente passiamo con disinvoltura attraverso una miriade impressionante di colori: “Lonely Nights” è Motown, c’è il pianoforte di Elton John in “The Bitter Things In Life”, il porpora di Prince in “Song & Dance”, il neo soul in “Revisions” e il gospel in “Noelle”.

Maledettamente reale, il disco di Aaron Abernathy propone agli uomini di essere più trasparenti nel mostrate la propria vulnerabilità incoraggiando una conversazione meno superficiale da parte degli uomini quando si tratta di amore.

Musicalmente denso, anche perché non dimentichiamo che Aaron Abernathy è il direttore musicale di entità quali Black Milk e Slum Village oltre che collaboratore di Eric Roberson, Jack White e The Foreign Exchange.

Tutti nomi che hanno sicuramente potuto ampliare le prospettive artistiche (e si sente).

Un disco che chiede di essere ascoltato sequenzialmente, come si faceva ai vecchi tempi.

Un disco – questo di Aaron Abernathy – che si colloca perfettamente come opera unica insieme ai suoi precedenti.

Aaron Abernathy – ascolta Epilogue