Ola Onabule

Ola Onabule 2020

Ola Onabule è uno di quegli artisti che quando incroci tieni con te per sempre.

E non è uno di quelli che fa musica semplice, tutt’altro, però fa musica che ti rimane addosso. Così come le storie che racconta.

All’interno delle sue canzoni puoi marciare per rivendicare il tuo diritto, puoi ballare fino a che non ti fanno male i piedi oppure puoi sederti e ascoltare le vite e i punti di vista di altri. Altri che domani potrebbero anche essere te.

Ecco, la sua forza è quella lì, quella di entrare in empatia. Facendolo con classe. A volte in punta di piedi. Sempre in maniera estremamente elegante.

Ascoltando la sua musica, a partire dal debutto del 1997 (ma prima ci sono state altre uscite, dai un’occhiata a Discogs ad esempio) è lampante realizzare che qualcosa di bellissimo sta per succedere.

E succede con ‘Unchain’

Da lì ci sono altri sette dischi nella strada che si fa per arrivare alla sua ultima uscita, “Point Less”. Su questa strada incrociamo alcune gemme che ancora oggi porto sempre con me come ad esempio questa:

E più avanti nel tempo, c’è un disco che rappresenta una svolta per Ola, “It’s The Peace That Deafens” in cui vengono al pettine alcuni dei nodi della situazione in Nigeria, dove si parla anche di Yoruba ‘Ornumilla’, di Nigeria (nella canzone che intitola l’album) e della storia autobiografica di un padre che vede allontanarsi la figlia dal nido per seguire la propria vita (nella delicatissima ‘The Girl That She Was’).

Una svolta artistica che non rinnega nulla del passato ma pone l’accento sulla parte jazz della mescola artistica di Ola Onabule, portando l’asticella verso una musica più “alta” e più  in evidenza rispetto al passato.

Il suo lavoro più recente è “Point Less”che è sia il seguito del precedente “It’s The Peace That Deafens” che l’attestato di quella svolta di cui leggevi sopra.

Rappresenta, ‘Point Less’,  sia una celebrazione della vita che una presa di coscienza relativa alle forze sociali che la minacciano. I temi diventano ancora più duri.
Nelle storie di ‘Point Less’ ci sono la violenza, l’immigrazione, la xenofobia, il tradimento e la dignità.
Temi che non sono nuovi nelle storie di Ola, ma che qui assumono i toni più diretti possibili e che ci riportano un disco sì triste, ma ottimista. Quanto meno speranzoso nei confronti di un futuro che si possa costruire a partire da questo presente apparentemente inutile, appunto pointless.

Nel disco c’è tutto il soul di un individualista che ha assorbito i suoni della sua giovinezza (nato in Inghilterra, cresciuto in Nigeria e tornato in Gran Bretagna dove adesso vive).

L’autosufficienza pratica è sempre stata il mio mantra per la sopravvivenza nel mondo musicale. Ho sempre sentito che le parti creative della scrittura, della produzione e della registrazione delle canzoni fossero semplicemente fasi diverse di un singolo processo

E questo processo per Ola Onabule si solidifca in “Point Less”. Dentro a quello che non è un concept album, ma comunque un disco con un filo conduttore ci sono le storie nuove.

Ola Onabule: Point Less

Come quella raccontata in ‘The Old Story’: il punto di vista di un uomo che ha commesso un omicidio e che in un certo senso si giustifica ponendosi domande filosofiche sulla società le cui risposte gli conferiscono il potere di decidere sulla vita e sulla morte dei suoi simili nel contesto storico in cui opera.

Che si collega alla canzone che intitola il disco: ‘Point Less’ è la fotografia di come la violenza sia inutile e di come, oggi, spesso la tendenza delle persone sia quella di puntare il dito sulla vittima piuttosto che sul carnefice per quel che riguarda i soliti giudizi colmi di aridità e cattiveria.

Qualche traccia più avanti ci porta a ‘Suru Lere’ che è un posto in cui gli africani di reimpatriati dagli Stati Uniti si stabilivano nel diciannovesimo e ventesimo secolo e viene usata come metafora di un posto in cui governano la pace e la tranquillità sociale. Un canto che esorta i figli della diaspora (di cui si parla anche nel disco precedente) a tornare ad un’ideale Suru Lere abbandonando le aberrazioni e le politiche razziali che li affliggono.

Ancora ci sono riferimenti a “We And They“, il poema di Rudyard Kipling, al razzismo e all’uguaglianza, alla vacuità delle parole di condoglianze e cordoglio quando non sono seguite da azioni concrete (e questa situazione è decisamente universale) o una coppia di canzoni legate dalla storia che raccontano. Una dal punto di vista esterno dell’omicidio di un padre davanti alla figlia e alla moglie e l’altra dalla prospettiva di un cronista, lontano, che racconta il fatto interrogandosi su come il tappeto sociale possa permettere che queste cose accadano.

E alla fine di questa storia c’è ‘Conceive It’. Il nuovo singolo, dove l’ascoltatore diventa attore principale. Gli viene chiesto di immaginare un mondo distopico in cui l’assurdo è la norma. Alla fine si percepisce che il mondo che gli viene chiesto di immaginare è quello in cui abitiamo.

And they’ll conceal it,
Not with loud words, of an enemy, but with gold silence
Of a cold society, hardened to violence
Where to speak of unity only makes no sense.

Open up your eyes and see
It’s already happening.
It’s how things already.


Ecco, questa è solo una piccola finestra su un mondo esageratamente ricco nel quale anche tu sei il benvenuto. Ci vuole solo un po’ di tempo per ascoltare tutto, come si deve fare sempre con le belle storie. Anche quando sono amare, perché in quelle storie alla fine resta sempre almeno uno spiraglio di speranza.

Spotify ha compilato una playlist con le sue tracce essenziali che trovi qui sotto: