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Berhana

Berhana 2020

Berhana.
Se metti la sua musica in un giorno nuvoloso, per te arriverà il sole.

Lui arriva da Atlanta ma si è trasferito a Los Angeles e la sua arte mette in musica le buone vibrazioni e un pizzico di nostalgia. Ha ventisette anni e un talento incredibile.

Si prende il tempo per crescere, distilla le uscite fino al disco di debutto, “Han” che raccoglie alcune pagine indimenticabili di musica fra le quali ‘I Been’, ‘Lucky Strike’, ‘Drunk’ e ‘California’.

La sua concezione del tempo ricorda quella di Prince. Per entrambi si tratta più di una convenzione che di altro.

Time is a mind construct. It’s not real. (Prince, 2011)

La consapevolezza che le sue canzoni, volenti o nolenti, resteranno per sempre è il motivo per cui ogni più piccolo dettaglio è pensato, studiato, messo al meglio.
Fare le cose con calma è il nuovo mantra (sì, forse anche the new black), necessario in questi tempi dove tutto corre veloce, si consuma troppo in fretta, non si apprezza forse nemmeno più.

Berhana il tempo se lo prende. Quanto? Semplicemente quanto è necessario. Anche per sé stesso, per crescere, per sviluppare il suo suono.

Nei nostri tempi veloci lui va lento, o per lo meno va meno veloce di un feed di Instagram. E i risultati gli danno assolutamente ragione.

Berhana – HAN

Si è preso il tempo giusto per “Han” che è un album.

Questo discorso mi piace sempre moltissimo in quanto non si tratta di scrivere una canzone che potenzialmente può fare la differenza in banca, ma di scrivere un mazzo di canzoni che stiano bene insieme.

Che insieme abbiano un senso più grande dei singoli, che siano un discorso musicale e artistico che resta, che si prende il tempo per affermarsi e che sicuramente alla lunga è più soddisfacente “del singolo”.

Anche di quello da classifica.

Berhana ne ha fatta di strada da quel giorno in cui Donald Glover (Childish Gambino, per intenderci) ha scelto la sua “Grey Luh” come commento sonoro in un episodio della serie “Atlanta” e oggi ha il suo primo album fuori.
Mentre noi lo ascoltiamo, lo facciamo scendere pian piano, con tutta la calma che gli è dovuta, lui sta prendendo il tempo per scrivere altra musica.
Lo farà con calma, così come ha inteso da sempre il suo condividere l’intimità di una canzone, di un album, nel momento in cui quell’espressione è riuscita al meglio.

Mi piace questo atteggiamento: nelle persone rispetto moltissimo il fatto che abbiano il coraggio di usare ancora la cura delle proprie espressioni. Scrivere, cantare, produrre. Farlo “slow”, non farlo per aumentare la quantità ma dare priorità alla qualità. Ecco, la gestione intelligente del tempo.

Me lo immagino, Berhana: registra, sistema, per settimane, mesi. E poi arriva il momento in cui chiude il master. Preme di nuovo “Play”, riascolta la traccia fino alla fine, a volumi criminali. E quando finisce la musica, lui sorride.

“Han” è proprio questo. Un’isola felice, da esplorare con calma, ricca di dettagli che forse iniziano ad arrivare al terzo, quarto ascolto e man mano si rivelano come le meraviglie.

Quelle sfumature che arrivano dal Giappone o dall’Etiopia, incastonate nella miscela assolutamente unica di R&B, hiphop, rock alternativo e pop elettronico.
E che fanno di “Han” qualcosa di prezioso, da gustare con calma per poter assaporare tutta la felicità che porta dentro ogni accordo.

Quando sarò vecchio e tornerò a guardare questo disco, sicuramente lo vedrò come qualcosa di cui andare fiero perché è esattamente come lo avevo in testa. Non è un disco fatto per raggiungere le playlist popolari, è quello che ho voluto io.

Ecco, guarda fuori, vedi che c’è il sole?